
(Nella foto, il mio adorato Vasi prima di partire per le vacanze. Adesso giace nel congelatore. Un minuto di silenzio.)
Dopo moltissimo tempo, agosto è stato un mese di buone notizie. Una su tutte, una che inizia con l e finisce con avoro. Eh. Sì.
Domani è settembre e io ho in testa solo desideri scemi.
Scrivere tutti i giorni, fare l’amore tutti i giorni, struccarmi tutti i giorni, mangiare lentamente, farsi fare la manicure per la prima volta nella vita, dimenticare la parola pigrizia, buttare tutti i vestiti tra tre mesi, andare al cinema e vedere solo film in lingua originale sottotitolati, imparare a cucinare una cosa che ti lasci a bocca aperta, non spaventarmi mai.
E poi vabbè, ho anche tanti progetti scemi. Non stupidi, scemi. Cose leggere, istintive, da chissenefrega.
Ho già una lista, ovviamente. Dovresti farla anche tu.
Qui ci starebbe bene una canzoncina, eh. Tipo?
Riassunto dei libri precedenti:
- Ho comprato e letto in poche ore Sotto i venti di Nettuno di Fred Vargas (Einaudi, Einaudi Stile libero big, 448 pagine, 14,80 euro) e penso sia il migliore fino ad ora tra tutti i libri con Adamsberg e ribadisco il concetto datemene ancora, subito.
- Ho quasi finito I cani vanno avanti di Valentina Brunettin (Alet edizioni, collana Iconoclasti, 176 pagine, 10 euro) e per ora è un po’ uno sbadiglio, una storia senza sugo. Non era meglio scrivere un libro di racconti, Valentina? E poi, in che senso questo libro inaugura la collana Iconoclasti? A me sembra una cosa borghese di coppie malandate come se ne leggono tante altre. Gli intermezzi sono molto più efficaci della trama principale. Eh.
- Gli incubi di Hazel di Leander Deeny (Newton Compton, collana Narrativa contemporanea – Tascabili Newton, 205 pagine, 6,90 euro) è molto più di una favola e io non voglio raccontare nulla perché devi scoprirlo tu.
- Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? di Johan Harstad (Iperborea, 520 pagine, 16,50 euro) lo cito sempre e posso quasi recitarlo a memoria. L’ho iniziato durante il viaggio in treno verso la seconda puntata setteperunica bolognese e, arrivata quasi alla fine, ho iniziato a rallentare. Non riesco a finirlo. Non voglio finirlo. Sospetto che la letteratura nordeuropea sia piena di personaggi ai quali affezionarsi.
- Blonde di Joyce Carol Oates (Bompiani, collana Tascabili Best Seller, 773 pagine, 11,50 euro) mi ha ipnotizzata. Sono a pagina seicento e qualcosa e appena lo finisco metto su un cineforum privato con tutti i film di Marylin Monroe. Senza doppiaggio, magari. Mi è venuta voglia di saperne di più. Lo dico adesso e non lo ripeto più: cara Naomi Watts, sarai la Monroe nel film tratto dal libro. Un suggerimento: attenta a te. Se mi sbagli ’sto film sono cazzi. Eh.
(Poi vabbè, se guardi il mio profilo aNobii scopri che ho quaranta libri in lettura. C’è anche roba vecchissima, dentro. Roba che non riesco a finire per motivi diversi, anche. Ho fatto un fioretto: non comprerò più nulla fino a quando non esaurirò la scorta. Ovviamente, non valgono i regali.)
Speciale Ombrellone volume 2: fatti invidiare dal vicino in spiaggia (se continuo così dovrò fare anche il volume cento)
• Mi raccomando: tutti vestiti bene (Mondadori, collana Piccola biblioteca Oscar, 236 pagine, 9,00 euro) e Me parlare bello un giorno (Mondadori, collana Piccola biblioteca Oscar, 269 pagine, 8,80 euro) di David Sedaris: amo le storie brevi di Sedaris e la sua capacità di far ridere partendo dalle piccole cose e dai tic familiari. Leggerlo è una cura per l’umore. (In uno dei due libri, non ricordo quale, c’è una storiella divertente e scorrettissima sulla casa di Anna Frank. Se la leggi, fammi sapere.)
• Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo, Gaetano Cappelli (Marsilio, collana Tascabili Maxi, 189 pagine, 10,00 euro): non ho saputo resistere alla versione tascabile e l’ho comprato pochi giorni dopo il mio compleanno, nonostante avessi già ricevuto tanti libri in regalo. Volevo leggere Cappelli da molto tempo e penso che, se non l’hai già fatto, dovresti leggerlo anche tu. Dentro c’è la pochezza dell’italiano, quello medio, quello cafone e quello intellettuale. C’è l’imbroglio, l’adulazione, l’ambizione, la frustrazione, la provincia da dimenticare per darsi un tono altrove, il farsi da soli, i soldi. Divertente e amaro e molto attuale.
• Christopher Moore, tutto. Lo amo, vorrei che fosse mio parente. Uno zio simpatico, magari. Se hai tempo a disposizione e un bagaglio leggero, scegli Il vangelo secondo Biff. Amico di infanzia di Gesù (Elliot edizioni, collana Scatti, 580 pagine, 18,50 euro): non ti dico niente, ti dico solo che quasi seicento pagine scorrono velocissimamente una risata dopo l’altra. Non basta? Christopher Moore è un genio. Meglio?
• Prigionieri, Todd Hasak-Lowy (minimum fax, collana Sotterranei, 432 pagine, 16,00 euro): uno sceneggiatore di successo inizia a scrivere un film su un serial killer che uccide i capi delle multinazionali e i politici più importanti. La storia di Daniel Bloom non è un thriller, è la storia di un’ossessione e di una vita sghemba che piano piano inizia a deragliare. Si ride con il rabbino esperto di droghe, i dubbi sulla religiosità, il viaggio in Israele meno ortodosso di sempre, il cinema, l’America. L’ho letto pianissimo mesi fa e mi manca ancora.
• Callisto. Un intrigo americano, Torsten Krol (Isbn Edizioni, 411 pagine, 15,80 euro): vuoi arruolarti nell’esercito americano e invece, per una serie di imprevisti, resti bloccato in un paesino sperduto del Kansas. Torsten Krol, scrittore misterioso che nessuno ha mai visto in volto, ti fa incollare gli occhi alle pagine facendo il tifo per un personaggio stralunato, involontariamente comico, indimenticabile.
Ti manca l’aria con tutti questi libri?
Balliamoci su:
«[..] Pensavo che ti bastava venire qui e forse avresti trovato quello che cercavi, tutte le cose che hai perduto, le chiavi, i numeri di telefono importanti e le schedine del lotto, tutte le giacche eleganti che hai comprato all’estero, i gatti smarriti e gli uccelli volati via dalle finestre, tutti quelli che un giorno hanno lasciato la loro casa e non sono mai più tornati, quelli con cui andavi a scuola e ai quali non hai detto ciao quando siete usciti dal portone l’ultimo giorno, perché eri così sicuro che niente sarebbe mai cambiato, che sareste rimasti amici per sempre e non avreste mai perso i contatti, forse avresti trovato qui anche loro, un paese intero per tutto quello che hai dimenticato, che hai perso, che è svanito dalla tua vista lungo il cammino.»
Johan Harstad, Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?
Catania mi lascia nostalgica, felice, piena di cose che non riesco a scrivere. Non adesso, almeno.
Poi, tornando dall’aeroporto, assisto a questo dialogo:
- Che libro hai comprato?
- Una cosa di Pablo Coelho. Devo tatuarmi una sua frase a settembre.
- Chi?
- Pablo Coelho.
(La ragazza del dialogo vuole tatuarsi una frase di trentatré parole ma non sa se farlo sul braccio o sulla spalla. Giovedì si farà fare un fiore di loto con le sue iniziali dietro il collo. Poi, a settembre, sarà il turno di Pablo. Ho comprato apposta questo libro [Il cammino di Santiago] per vedere se c’è una frase che mi piace di più, dice. La frase che per il momento ha scelto la legge dal cellulare: «Esistono le sconfitte. Ma nessuno può sfuggirvi. Perciò è meglio perdere alcuni combattimenti nella lotta per i propri sogni, piuttosto che essere sconfitto senza neppure conoscere il motivo per cui si sta lottando.» Io scrivo tutto e non lo faccio nemmeno troppo discretamente, lo ammetto. Penso che a chi legge solo un certo tipo di cose dovrebbe capitare prima o poi un libraio intelligente, un amico illuminato, una fatina dei libri, qualcosa. Spero che capiti alla ragazza del dialogo prima di fare il tatuaggio.)
(Io non sopporto Paulo Coelho, ma questa è un’altra storia.)
(La mia buona azione del mese è stata influenzare i gusti letterari di una ragazza che ama solo cose stile Twilight. Dato che non potrei mai spendere dei soldi per quel libretto rachitico su Bree Tanner, le ho comprato Suck! di Christopher Moore. Lei se n’è innamorata, Elliot ha venduto un libro in più e io continuo a sostenere non con una ma con ben due mani la piccola e media editoria. Cari amici di Elliot edizioni, se volete farmi un regalo, sono qua.)
(Non avete mai letto Christopher Moore? Vi dico solo che chi ha iniziato non è più tornato indietro. Se avessi voglia di scrivere la seconda parte dei consigli di lettura sotto l’ombrellone, parlerei di lui.)
Cercando di togliersi cinque canzoni dalla testa:
«Guarire un po’
Sognare un po’
Amare un po’
Fallire un po’
Far male un po’
Mentirsi e poi
Tornare a sfamarsi un po’»
Afterhours, Il sangue di Giuda
A Pescara ho letto a piedi nudi, fatto il bagno in mare per la prima volta quest’anno, mangiato le cozze, preso un po’ di sole, conosciuto facce nuove, riso con gli amici, ballato il waka waka in macchina, studiato le persone in spiaggia, comprato un cerchietto splendido, progettato cose.
Stasera ho un aereo per Catania. Altro giro, altra tappa.
Domani dalle 21.30 saremo alla Libreria Tertulia in via Michele Rapisardi 1 con Asi Claypool, Violenta Fiducia, Marco Rizzo, Zu, Poveralice, Sara D’Uva e Alessandro Timpanaro. Storie, foto, disegni, musica, playlist, spillette, Perino, chiacchiere, brindisi.
Ci sono siculi tra voi? Offro una birra a chi si palesa ammettendo di leggere questo blog.
E poi due cose:
E poi basta, è tempo di fare la valigia.
Una canzone a caso:
«Le cose non mutano, le cose non cambiano, le cose non restano uguali, le cose non fanno niente.»
Percival Everett, Glifo
Settembre mi promette cose e io lo aspetto. Nel frattempo, mi alleno ad essere impassibile.
Chiudo gli occhi, lascio che il ventilatore mi aliti sul viso. Mi piacciono tre canzoni e ascolto solo quelle, non indosso quasi mai scarpe aperte, ho di nuovo la frangetta.
C’è stato un pomeriggio in cui ho avuto la sensazione di finire intrappolata in una frase di Baricco, quella sulle risposte che arrivano dopo anni. È stato buffo, anche se io Baricco non lo sopporto. Non più, almeno.
Il basilico, nel frattempo, è diventato un cespuglio. Da qualche giorno, anche il prezzemolo è dei nostri.
Mi piace parlare delle piante. È molto meglio che parlare del meteo.
Giorni di concerti, persone, coppette di gelato, giardino del Circolo degli Artisti, venticello dal sesto piano alle nove di sera, sguardi indecisi ai ripiani della libreria, cerchietti, pelle bianca, idee azzardate, posta elettronica.
Settembre settembre settembre.
I Beach House sono freddi, ipnotici, in forte contrasto con la temperatura tropicale, la folla, la confusione. Lei ha i capelli lunghissimi e una giacca da uomo che fa sudare solo a guardarla. Un po’ li ascolto un po’ esco a prendere aria. Canto Gila da una posizione defilata ma è bello così, respirare e cantare senza svenire. Una ragazza dice ad un buttafuori che deve entrare a vedere il concerto perché ha la mamma che sta male e ha la badante. Dopo un po’, lui la fa entrare. Scuoto la testa cinica. Non esistono più le bugie di una volta.
I Mumford & Sons sembrano così simpatici che ti verrebbe voglia di uscirci insieme e fare le vacanze con motorino e chitarre. Sono energia pura e parole in italiano sgangherato che fanno tenerezza. Saltello, sudo, urlo, canto, mi emoziono con Little Lion Man. È uno di quei concerti che allontana le cose, questo. La mia tipologia preferita, quella che ti alleggerisce lasciandoti sorridente a chiederne ancora.
Cose che cambieranno: il compleanno, l’allergia al telefono cellulare, il rapporto con i carboidrati, questa timidezza del cazzo.
Ho capito delle cose banali, ultimamente. Le classiche cose che troverei in una rivista femminile o che scriverebbero Paulo Coelho e Fabio Volo. Peggio ancora, credo che come motto del momento ci starebbe benissimo l’abusatissima frase del Piccolo principe.
È sempre un po’ strano arrivare dopo alle cose più evidenti. Però io adesso ho bisogno di ripetermi cose tipo se non ci credo io nei miei sogni, nessuno potrà crederci al mio posto. Forse devo scrivermelo sullo specchio.
Io oggi, un anno fa, mi laureavo.
In loop:
(dimenticavo: domenica c’è SettePerUno a Pescara. Io sono quella che legge sul palco, se c’è un palco. Ci vediamo là.)
Dicono che quando scrivo sono gelida. Il mio è un gelo personalizzato, dicono.
Sembra che mi rivolga proprio a te, lettore, anche se sono gelida.
Intimidisco, quasi.
Dici?
(Ehm.)
(Dai, dimmelo. So essere sportiva, in caso.)
A Talpa, che mi ha cresciuto a pasta, Agatha Christie e Simenon
In Sicilia con me, sotto l’ombrellone 09, c’erano Il potere del cane di Don Wislow, Sono io che me ne vado di Violetta Bellocchio e Come ho perso la guerra di Filippo Bologna.
(Sì, in dieci giorni li ho letti tutti e tre. Poi non stupitevi se mi mancano otto gradi per occhio.)
In genere scelgo all’ultimo minuto cosa portarmi in viaggio. A dispetto di chi infila un titolo dietro l’altro sul Kindle, io scelgo allegramente i tomi più ingombranti della libreria e sorrido spezzandomi la schiena e/o le braccia sotto il peso disumano della valigia.
Al compleanno mi hanno regalato Infinite Jest di David Foster Wallace.
Millequattrocentoquaranta pagine.
Eh.
Consigli per l’Ombrellone 2010 parte prima: no, Dan Brown no
Brividi noir:
• American Tabloid, James Ellroy (Mondadori, Oscar bestsellers, 750 pagine, 10,50 euro): gli Stati Uniti tra il 1958 e il 1963 tra CIA, FBI, politici corrotti, giochi di potere, mafia, Castro, Ku Klux Klan. Non c’è spazio per l’immaginario laccato e perfetto dei film: tutto è cinico, sporco, violento, duro. Inizia così: «L’America non è mai stata innocente: Abbiamo perso la verginità sulla nave durante il viaggio di andata e ci siamo guardati indietro senza alcun rimpianto.» L’ho letto quando c’era ancora la lira e non l’ho mai dimenticato. Io amo James Ellroy. Fatemelo conoscere.
• Se settecento pagine sono troppe, la tua vacanza non dura molto e vorresti comunque portarti dietro James Ellroy, allora procurati Dalia nera (Mondadori, Oscar bestsellers, 349 pagine, 9,50 euro): ispirata all’omicidio realmente avvenuto dell’attrice Elizabeth Short, la storia gira intorno a sogni hollywoodiani, complotti, amore, amicizia, bugie e ambiguità varie. C’è tutto, in questo libro. Ti affezionerai a Lee e Dwight, i due ex pugili entrati in polizia che cercano di risolvere questo assassinio misterioso. Se hai già visto The Black Dahlia, il film di Brian De Palma, non vale.
• Fred Vargas, tutta. Potresti iniziare da La trilogia Adamsberg (Einaudi, Super ET, 900 pagine, 19,00 euro), che non è una vera trilogia – ed è piena di refusi – ma racchiude i primi tre romanzi in ordine cronologico della serie dedicata al commissario Jean Baptiste Adamsberg. In alternativa, comprali separatamente iniziando da L’uomo dai cerchi azzurri e fai attenzione perché Vargas è una droga: non si tratta solo di omicidi da risolvere, c’è molto di più. C’è la vita, dentro. Io ho iniziato da Parti in fretta e non tornare e poi sono andata indietro, ma facendo così si rovinano un sacco di sorprese. Mi piacerebbe conoscere il francese solo per leggere Fred Vargas in originale.
• 1974, David Peace (Meridiano Zero, collana Sottozero, 408 pagine, ed. tascabile 9,00 euro): da quando conosco Valentina, editor di Meridiano Zero con i capelli rossi più belli della storia, ogni volta che la incontro alle fiere mi faccio consigliare dei libri che compro a scatola chiusa. Lei prova a raccontarmeli e io la fermo. Dico solo scegli tu e lei sceglie e non sbaglia mai. 1974 l’ho iniziato per caso e non l’ho più lasciato. L’ho portato in metro, l’ho letto nei classici cinque minuti prima di uscire, ho cercato di finirlo il più presto possibile. Dicono che Peace sia l’erede inglese di Ellroy ma io dei paragoni me ne frego e ti dico che questa qui è una storia agghiacciante e serratissima che resta in testa. Sbronze, pioggia, tè bollenti e zuccherati, la gente dello Yorkshire, l’assassinio brutale di una bambina, la ricerca dello scoop. Per fortuna è solo il primo capitolo di una quadrilogia, il Red Riding Quartet, perché io ho bisogno di altri libri di David Peace. Subito.
• Il mambo degli orsi, Joe R.Lansdale (Einaudi, Stile Libero Noir, 305 pagine, 13,00 euro): terzo titolo del ciclo Hap & Leonard – ce ne sono altri quattro, dopo – è, più che un’indagine, un’avventura: metti un ricco omosessuale di colore e un bianco rozzo campagnolo a cercare una ex fidanzata scomparsa nel cuore texano del Ku Klux Klan e dimmi se non ne viene fuori una storia assurda e speciale alla Lansdale. I dialoghi sono irresistibili e l’ironia è genio puro.
• L’inverno di Frankie Machine, Don Wislow (Einaudi, Super ET, 324 pagine, 13,00 euro): ne ho già parlato in un vecchissimo post ma questo libro merita che ti rinfreschi la memoria. L’ho letto in un pomeriggio tutto d’un fiato e me ne sono innamorata. Frankie ha sessant’anni, tre lavori e una passione per il surf. Frankie mangia bagel e non si direbbe mai dai suoi modi che in passato sia stato al servizio di un boss. Quando gli tocca rimettersi a fare il vecchio lavoro, cambia tutto. C’è qualcuno che vuole ucciderlo e Frankie deve fare in fretta, molto in fretta. Dicono che L’inverno di Frankie Machine sarà un film interpretato da Robert DeNiro. Io non vedo l’ora.
• A ciascuno il suo, Leonardo Sciascia (Adelphi, collana Gli Adelphi, 152 pagine, 9,00 euro): questo qui non te lo racconto, devi leggerlo e basta. Arriva al finale e poi dimmi se non hai provato il brivido più gelido della tua vita.
Extra:
Un altro libro da brividi, sebbene non sia un noir, è questo.
Un’estate italiana:
«La prima cosa che pensi, quando incontri una persona nuova, è se potresti innamorarti di lui. O di lei. È così per tutti.»
«Davvero? E allora che dici? Come giudicheresti le mie quotazioni, buone o disastrose?»
«Non ho idea. Ma credo che potresti essere la cosa migliore che può capitarmi nella vita.»
Johan Harstad, Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?
Domani è il mio compleanno.
Sono appena tornata dalla Feltrinelli. Ho fatto un gioco: farmi un auto-regalo in anticipo scegliendo un libro non incluso nelle quarantacinque pagine della wishlist di aNobii. Ci ho messo un’ora ma alla fine ho preso Blonde di Joyce Carol Oates. Settecentosessantasette pagine. Mi piacciono le storie che non finiscono subito.
Mi sento un po’ nostalgica, quest’anno.
Non per gli anni che compio, non per quella che ero.
Mi mancano le persone, quest’anno.
Quelle che non sento più, quelle lontane, quelle che erano importanti e invece.
È una sensazione stranissima, un vuoto che non so collocare nella testa, nello stomaco o nel cuore.
Però.
L’anno scorso il mio compleanno non è stato un vero festeggiamento, è stato un arrivederci. C’era la laurea e subito dopo la partenza per Torino. Sono stati brindisi un po’ tristi, quelli dell’anno scorso. Quest’anno festeggerò il ritorno a casa, prima di tutto.
Domani sera avrò intorno il fidanzato conosciuto proprio al compleanno 2008, gli amici di sempre, quelli nuovi e quelli ritrovati. Riderò tantissimo e mi sentirò leggera e non penserò a niente. Però, spegnendo le candeline, esprimerò un desiderio mai espresso prima.
No, quelli che mi hanno fatto male non mi mancano e non mi mancheranno mai.
Tormentoni personali:
«A partire dalle mie nuove conclusioni, so elaborare premesse di tutto rispetto.»
John Barth, L’opera galleggiante
Il Premio Strega è una serata mondana molto Cafonal. Le vecchie ingioiellate vestite malissimo, l’equivalenza elegante-pacchiano, i buffet presi d’assalto, il caldo, il vino. Se la tirano tutti, al Premio Strega. Arrivo impreparata dato che non ho letto nessuno dei titoli della cinquina ma conosco a memoria tutti i rumors e so che vincerà Pennacchi.
(Sono ancora a metà di La casa di Angela Bubba e ho mentalmente accantonato tutti i libri collegati allo Strega. Ho il primo capitolo di Acciaio in formato libretto promozionale ma al momento non ce la faccio a leggerlo. Non ce la faccio proprio.)
Dovrei sentirmi un po’ a casa, al Premio Strega. Quei torroncini là e il liquore vengono da Benevento, no? Infatti. Incontro le professoresse del liceo, un assessore, una secca alta bionda firmatissima che conosco di vista e altra gente inconfondibilmente beneventana di cui ho rimosso nome e occupazione.
Sorrentino è vestito male ma è sempre affascinante – per non dire figo – e mi viene spontanea una faccia un po’ da groupie, anche se mi dicono sia antipaticissimo. Matteo Nucci gira per i tavoli con un’espressione beata e Pavolini è il più elegante e tra tutti è quello che sembra di più un vero scrittore. Silvia Avallone è altissima e indossa una roba che non mi piace ma la guardo e penso che ha venticinque anni e un matrimonio a settembre e un libro vendutissimo in finale allo Strega e che per imparare a vestirsi ha ancora tempo. Pennacchi mi ispira istintivamente simpatia perché ride e scherza con i giornalisti e mi sembra uno di quelli che varrebbe la pena conoscere personalmente per farsi insegnare le cose della vita.
Passo la serata a ridere con gli amici facendomi raccontare aneddoti sulla vita da stagista in casa editrice e sulla vita da stagista alla Fondazione Bellonci e al terzo bicchiere di Falanghina espongo i miei dubbi esistenzial-lavorativi a Enrica e lei mi consola più raggiante del solito causa recente innamoramento e io sono talmente felice per lei che me ne frego che ne sarà di me.
Quando inizia la diretta Rai tutto diventa più surreale. Lo scrutinio diretto da Scarpa con una voce stentorea da amministratore di condominio cede il passo alla conduzione di Lamberto Sposini che esordisce parlando di una serata di “caldo birmano”, mentre una tizia sconosciuta ma molto sorridente intervista scrittori ed editori con domande finto brillanti.
Quando manca pochissimo mi avvicino al palco e tra i tavoli delle case editrici c’è talmente tanta agitazione che sono quasi tutti in piedi. Poi, di pochissimi voti, vince Pennacchi e scatta il delirio. Applausi, fotografi, complimenti, non si capisce più nulla.
Osservo questo circo di gente e mi sembra stranissimo essere qui. Forse perché una cosa sono i libri e una cosa è l’editoria.
Mi dico che voglio restare sempre un po’ lettrice, dentro.
(Appunti per l’anno prossimo: se non siedi al tavolo di un editore, evita i tacchi alti.)
Vintage I love you:
«Julie ha detto a Faye che lei è convinta che due persone innamorate attraversino tre fasi distinte prima di arrivare a conoscersi davvero. All’inizio si raccontano aneddoti e gusti personali. Poi ciascuno dei due dice all’altro in che cosa crede. E poi ciascuno osserva la relazione che c’è fra quello in cui l’altro ha detto di credere e quello che in effetti fa.»
David Foster Wallace, Piccoli animali senza espressione
- Lei cucina scalza capesante e vongole veraci. Mi educa allo champagne, mi racconta cose, ride. Per una sera, siamo le regine dello sdrammatizzare. Inventiamo tormentoni, decidiamo di scrivere almeno dieci libri, ridiamo ancora. Mi porta a conoscere Prati di sera e un gelato buonissimo da mangiare passeggiando tra vetrine, panchine e altre chiacchiere. Mi fa sprofondare nel divano bianco affacciato sul silenzio del cortile con banano a consumare le ultime parole prima di andare a dormire. A volte mi telefona e le do consigli, quando le servono.
- La Socia quando canta è sexy, molto sexy. La ritrovo dopo due anni ed è luminosa, sorridente, ancora più energica. Diversa e migliore. Mi è mancata e lei lo sa che io delle cose serie non so dire, me le tengo in tasca, nascoste. È innamorata, adesso. Io incrocio le dita.
- Blondeinside volevo abbracciarla da tantissimo tempo. Finalmente, accade a Bologna durante la prima tappa del tour setteperunico. Tra mille imprevisti tecnici e ansie varie, non riusciamo a parlare come vorrei. Quando la saluto ho gli occhi lucidi e mi manca subito. Eh.
- Ennio Morricone ha il potere di farmi commuovere appena entra in scena. Durante l’Estasi dell’oro non piango, gocciolo. È una specie di sindrome di Stendhal, qualcosa di fortissimo che dà i brividi e scuote tutto e finisce troppo presto. Dopo, mi sento svuotata, senza parole.
- A Bologna torniamo per un evento al volo, un’altra serata setteperunica alla Casa del Paleotto. C’è Carlo, Giusi Marchetta, l’elena, il neurone ballerino di simone rossi, Simone Olla, la grigliata, il pane carasau, il vino rosso. Il buio arriva a trasformare il parco in un film horror e i racconti sono là, a farci rabbrividire sull’erba. C’è Michela che mi ascolta dire una cavolata dietro l’altra e Valentina finalmente si palesa e io mi ricordo di una maglietta rosa che stava zitta zitta e le faccio i complimenti e lei ride e scatta foto di nascosto. Partiamo di notte, dormiamo in treno e ogni tanto apriamo gli occhi e ci sorridiamo. Roma alle sei del mattino è allo stesso tempo affollata e muta e torniamo a casa con mezzo chilo di quotidiani sotto il braccio e ci riaddormentiamo e tutto sembra essere esistito solo nella nostra testa.
- Siamo a Campo de’ Fiori ma potremmo essere dovunque. Cerchiamo di fare il riassunto delle puntate precedenti, di tutto il tempo trascorso lontani impegnati entrambi a portare avanti progetti, utopie, serie tv e libri. È sempre così quando esco con lui: valanghe di parole, discorsi che deviano e ritornano al punto dopo giri interminabili, idee nuove all’improvviso, piani per la conquista del mondo. Lui a certe cose ancora non crede ma io sì e glielo dico e ridico e faccio il tifo come le bionde cheerleader dei licei americani e mi esalto subito ascoltandolo perché ogni volta mi rinfresca i pensieri e torno a casa ricaricata. Una specie di Extreme Makeover Mind Edition, sì.
- Ho un capo tostissimo e mi chiedo sempre se riuscirò mai a diventare come lei. Ne invidio la determinazione, la forza, la preparazione. E io? Beh, io sono la Bridget Jones dell’editoria italiana.
Se riesci a stare fermo hai qualche problema: