17 giu 2012
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Qualcuno lo sa già, qualcun altro no: ho comprato un altro blog. L’ho comprato prima che la mia vita lavorativa ruotasse a trecentosessanta gradi e mi catapultasse in uno scenario che non avevo mai immaginato, “Valentina-finisce-a-fare-il-lavoro-che-le-piace-nella-casa-editrice-che-le-piace”. L’ho comprato e l’h0 tenuto lì. Poi, passate le vertigini della vita nuova, ho iniziato a usarlo.
Un po’ come quando decidi di tagliarti i capelli per sentirti diverso/a.
Non so perché per me sia così importante avere un blog, soprattuto se penso che negli ultimi anni ho scritto sempre meno. Forse perché ho bisogno di avere qualcosa che mi ricordi come sono e questo qualcosa non sono mai state le fotografie. Forse proprio perché sono così e perché se faccio il lavoro che faccio c’entra anche quel lontano 2003 e l’iscrizione a Splinder.
Facciamo che mentre ci penso ci vediamo dall’altra parte.
Non mi piacciono le classifiche da fine anno. Se mi chiedi qual è il libro più bello che ho letto nel 2011, non so risponderti. Se mi chiedi quanti libri ho letto nel 2011, ti dico che ho smesso di contarli. Di film ne ho visti pochissimi e me ne dolgo, ma le serie tv le ho viste tutte, anche quelle inguardabili. Con la musica non ho lo stesso rapporto di un tempo, i miei sono riascolti o lampi d’innamoramento che diventano ossessioni, auto-tormentoni.
Di quest’anno ho dei flash sparsi, nessun diario. A ripensarci adesso, il mio 2011 è stato l’anno del non abbastanza. Dopo gli schiaffi del 2010 che mi hanno psicologicamente spezzato le gambe, dal 2011 volevo un periodo rassicurante, un anno-piumone, un posto in cui nascondermi. È stato così: è arrivato un lavoro che non mi appassiona e che non c’entra niente con me e che svolgo responsabilmente ma senza slanci, non sono stata abbastanza esigente, non ho preteso abbastanza da me stessa, mi sono sentita autorizzata a fregarmene di tantissime cose, anche di quelle di cui dovrebbe importarmi. Ho schivato mille volte la realizzazione di un progetto che riguarda il mio futuro, ho avuto paura, moltissimi dubbi, mi sono paralizzata da sola.
Ho imparato a cucinare e ho scoperto che sono poche le persone con cui mi piace parlare al telefono e ancora più poche quelle che mi va di frequentare regolarmente. Ho adorato ogni vacanzina, ogni fuga per un giorno o due, ogni pezzetto d’Italia. Non ho fatto sport, sono andata solo una volta a teatro ma ho visto tanti concerti. Ho mangiato cose buonissime ma non ho portato a termine nessuna dieta. Sono stata a tre matrimoni e mi sono commossa solo a uno. Siamo stati per la prima volta all’estero insieme e a Parigi abbiamo camminato così tanto che ci faceva male tutto e c’eri tu a portarci in giro e a raccontarci i francesi e io sarei rimasta altri diecimila giorni e sono una stupida sentimentale perché vorrei averti abbracciato di più senza doverti salutare mai. Sono stata a Milano e anche lì ho camminato per ore e mancava solo una Vespa e Ponte Milvio per sentirci di nuovo a Roma, ma tutto il resto era uguale, le chiacchiere e l’intensità e mio fratello che diventa grande ma per me resta sempre un regazzino. Il Salone del libro mi ha fatto vedere un’altra Torino, quella che mi sono sempre negata quando ci vivevo ma no, nessun rimpianto, solo libri e feste e tu che mi sopporti e mi vuoi bene dal liceo, solo tu. La Sicilia insieme agli amici siciliani è stata così bella e veloce da sembrare quasi irreale e vorrei che fosse sempre così, profondo e allegro e pieno di cozze e senza tante parole inutili.
Non ti ho reso le cose facili e starmi vicino è stata una fatica, forse mai come quest’anno. Tu che sei così razionale e io che mi incarto, non decido, svicolo, procrastino, prometto e non mantengo, mi entusiasmo per cinque minuti e poi mi pento, mi faccio venire il mal di stomaco per tutto. Ti direi grazie ma non basta e allora non dico niente perché basta chiacchiere, solo fatti. Spero.
Le cose più belle di quest’anno le ho fatte per e con SettePerUno. L’adrenalina, i reading, le chiacchierate, i sogni, i convegni, le serate, tutto. Se tutto questo non esistesse sarei senza ossigeno, perché questo è quello che mi completa e mi fa sentire meno estranea a me stessa. Per il 2012 mi auguro di avere sempre più energia per far crescere ancora di più questo progetto che è ormai un figlio.
E poi frantumare questo guscio, camminare moltissimo, trovare un hobby stupido, fermare le cose con foto, musiche o parole, ricordarmi chi sono e cosa desidero.
Stanno per arrivare i trenta e io non voglio più sfuggirmi.
«Un’altra domanda che mi pongo di recente è questa: la piega piuttosto pessimistica che hanno preso i miei pensieri in questi giorni dipende dalle condizioni in cui versa il mondo, che sono gravi e peggiorano troppo in fretta perché si possa sperare di salvarlo, tanto che comincio ad avere paura? Oppure dipende solamente dalla mia carenza di ormone della tiroide, il che significherebbe che forse il mondo non versa davvero in condizioni così terrificanti ed è tutta una mia impressione? Tanto che potrei dirmi: ricordati che hai un livello di ormone della tiroide basso e stai tranquilla che il mondo se la caverà?»
Lydia Davis, Diario della tiroide tratto da Creature nel giardino
La risposta alla schizofrenia dire/non dire è scrivere. Con lo stomaco al rovescio, l’imbarazzo, i brividi, il viso acceso, non importa. Scrivere, chiudere gli occhi e saltare.
Se la lettura supersonica per me è un fatto scontato, la scrittura supersonica no. Per ogni post, editoriale o altro io soffro fisicamente. Sudo, mi contorco sulla sedia, cerco convulsamente la canzone giusta, sbuffo. A volte mi arrendo, a volte mi dico daje da sola.
Se ce la faccio, poi mi sento leggerissima. Come se le parole fossero nascoste dentro di me e pesantissime da tirare fuori. Tipo tante biglie di ferro.
Se non ce la faccio, resto interdetta come quando digerisco a metà. Un vero e proprio peso sullo stomaco, una di quelle cose che dici sto scoppiando sto scoppiando giuro che non lo faccio più e la volta dopo lo fai ancora.
Le cose a cui sono più affezionata non le ho mai scritte davvero, sono solo nella mia testa. A qualcuno potrà sembrare un atto masochista avere a che fare tutti i mesi con gente che scrive racconti e romanzi, ma no, non è così. Non voglio fare la scrittrice perché non ho una storia, una trama, un qualcosa chiamato il sacro fuoco dell’arte. Voglio scrivere per tirarmi fuori, riannodare i fili, ricordare. Sentirmi talmente leggera da dimagrire.
Anche raccontare i libri che ho amato non è facile. Serve tempo per metabolizzare, uscire da una storia. Forse perché la mia è una lettura ombelicale, in cui catturo cose che mi appartengono o che vorrei che mi appartenessero, non lo so. Non ho mai cercato risposte nei libri, però le storie che amo io le abito, le indosso come un bellissimo vestito. Appassionarmi troppo è il mio limite.
Inizio da qui a raccogliere tutto quello che ho lasciato indietro.
- Due libri in pochissime parole
- Sono stata a Milano
- L’8 dicembre farò la persona seria
(Oggi, un anno fa, uscivi dall’ospedale. Gratitudine è una parola troppo fredda per esprimere quello che vorrei. Questa è una biglia di ferro che vorrei tirare fuori ma non ci riesco, non ancora.)
Pensavo a questo fatto di Splinder che chiude e non lo so, è stato tipo un flashback che sembra lunghissimo e invece dura solo il tempo di una canzone. Come nei film quando c’è la protagonista che ricorda cose e le rivive sotto forma di immagini smarmellatissime oppure quando esce un concorrente dalla casa del Grande Fratello e gli fanno rivedere il video strappalacrime con i momenti migliori e lui un po’ sorride imbarazzato e un po’ piange.
Di blog ne ho avuti diversi, alcuni aperti e abbandonati solo dopo un post. Il primo voleva raccontare la mia sgangherata compagnia teatrale di sole donne e ci scrivevo da sola e piano piano dalle prove sono passata a scrivere dei fatti miei, delle canzoni, della luce di Roma, della mia vita da piccola Amelie, della scuola di teatro con gli allevi vip, delle mille case che ho cambiato. Poi, basta. Ce l’ho stampato, quel blog, perché qualcuno ha voluto regalarmelo e io so che posso rileggermi ma non lo faccio mai e se ripenso alla persona che ha voluto stampare e rilegare tutte quelle pagine le mando mentalmente un abbraccio strettissimo.
Poi è arrivata Batgirl e le pose da stronzetta con i tacchi e Martini senza ghiaccio e molta di quella vita non è mai esistita e quando qualcuno lo scopre ci resta male ma a me non importa, era un periodo in cui dovevo difendermi e sentirmi profondamente stupida e leggera e Carrie dei noantri. Quello che è successo davvero quando sono stata Batgirl è che mi sono innamorata, sono uscita con gente improbabile, ho conosciuto amiche che sento ancora adesso, fatto la cameriera a Campo de’ Fiori, sono stata al concerto degli Strokes, smesso con il teatro poco dopo uno spettacolo indimenticabile con Niccolò Fabi, letto le carte ad amici e sconosciuti, fumato moltissime sigarette, preso treni all’improvviso, ballato tutti i giovedì al Brancaleone, parlato al telefono con gente che non ho incontrato mai, ricevuto regali da gente che non ho incontrato mai, fatto la permanente, sono stata tradita dalla mia migliore amica nonché coinquilina che ha deciso di mettersi di nascosto con il tizio con cui uscivo io, sono stata a due funerali, un amico ha deciso di lanciarsi dalla finestra e io non ci credo ancora dopo anni, usato Messenger millemila ore anche con gente che non ho ancora incontrato (tu sai che parlo di te), passato un weekend in Toscana con dei blogger che non avevo mai visto prima, preso un aperitivo a San Lorenzo che ha fatto iniziare una delle mie amicizie preferite, mi sono sentita dire tutte le volte dal vivo ti facevo più stronza e triste e invece ridi sempre, pensato di fare la stylist, partecipato a un concorso di racconti trash, chiuso il blog almeno un paio di volte, festeggiato l’Italia Campione del Mondo, perso molti amici.
Poi sei arrivato tu e il prima ha smesso di avere senso. È stato il blog a portarti da me, la voglia di uno spazio tutto mio, basta Splinder. Ah, c’è un mio amico ingegnere informatico che ti può aiutare, è molto gentile, disse la mia amica Zucchero che cercava da tempo una scusa per incastrarmi e farci incontrare. Quell’istante là, io sulla porta di Freni e Frizioni e tu che arrivi e ci presentiamo il giorno del mio compleanno, non lo dimenticherò mai. Non poteva più esistere Batgirl, non ero più io. Sono Valu dal liceo, da quando tra amiche ci chiamavamo tutte con la u finale. Ho fatto un giro lunghissimo per tornare a essere me.
Da quando ho aperto questa casa tutta mia mi sembra di aver attraversato altre mille vite. È nato SettePerUno, è arrivata la laurea, il trasloco a Torino, la neve, i matrimoni di gente sconosciuta, la radio, il corso di editoria spezzaossa, nuovi amici, l’amore per la Sicilia, il lavoro gratis per degli improbabili conti romani, la casa editrice che mi ha fatto soffrire, un aereo che per fortuna non abbiamo preso, quarantaquattro giorni di ospedale, la psicologia, la convivenza, l’adrenalina per le letture in pubblico, i progetti megalomani, le cose in comune.
Forse è proprio questo, questo mio accennare alle cose senza mai aprirmi davvero, a bloccarmi quando arrivo qui. Quando vorrei tirare fuori la rabbia e le cose cretine e tutto quello che mi gira in testa e invece l’unica cosa che faccio è fissare le dita bloccate e lo schermo bianco e poi arrendermi. Per la storia del basso profilo, della scaramanzia, del concedere meno centimetri possibili di me agli estranei e per mille altre cose. Non perché mi leggono i miei genitori, ma perché non sono mai stata brava a raccontarmi davvero e adesso le cose devono cambiare. Perché voglio una stanza tutta per me.
Eppure questo posto mi manca un bel po’.
«Pensavo che il mio unico scopo fosse organizzarmi meglio, coltivare qualche pianta nel giardinetto di casa e mangiare più spesso una cena calda. In realtà pulsioni più profonde animavano sotterraneamente quella decisione. Possedere una casa tutta mia era come gettare una gomena al pontile, toccare terra ferma, mettere radici. Una premessa che condizionava tutto il resto, come il semplice fatto di essere biondi o bruni, di essere brutti o belli, o di essere nati in Europa piuttosto che in Giappone. Come in tutti i progetti grandiosi l’importante è studiare la scenografia, il resto non è che una serie di conseguenze verso il lieto fine.»
Alicia Giménez Bartlett, Riti di morte
Il mio settembre ha girato intorno a tre frasi. La prima me la sono incollata in testa perché dice una cosa tipo ci metti entusiasmo nel voler essere quello che ti pare. Le altre due frasi parlano di quello che so fare e che non mi rendo ancora conto di esserne capace, tanto per cambiare.
Poi c’è stata una telefonata lunghissima dall’estero e cadeva sempre la linea ma ci siamo detti molte moltissime cose e altre no, sono rimaste nelle pause e altre ancora le abbiamo dette mentre dicevamo altro ma ci siamo capiti lo stesso e io guardavo fuori pensando Roma non è la stessa senza di te.
Poi siamo andati a Termini il giorno del tuo compleanno e ti abbiamo aspettato al binario con uno striscione, i cappellini da festa e i palloncini e il Frecciarossa da Milano era pienissimo e la gente si fermava a guardare aspettando di veder spuntare il destinatario della sorpresa e una signora è venuta da noi e ha detto è una bellissima idea, proprio bella e tu sei arrivata e ti sei vergognata e dei ragazzetti hanno applaudito ed è stata un’emozione incredibile e sì, facciamolo di nuovo e l’anno prossimo ti porto pure la coroncina da principessa del compleanno.
Poi abbiamo preso la macchina e siamo andati a Camerino e io le Marche zero, non le conoscevo proprio ma me ne sono innamorata subito. Beate e Diego e gli appartamenti vintage e il silenzio e le risate a cena e le grotte di Frasassi e quel piumino al factory store di Armani che costava pochissimo ma mi faceva sembrare una balena e allora no, niente, chissenefrega, ammazza quanti russi, eh? E c’eravate anche voi ed è stato come festeggiare la vostra nuova vita facendo progetti per il futuro a colpi di Marche is the new Toscana. E i cavalli e il pranzo infinito in Umbria e le lenticchie e le patate sulla strada del ritorno e la pioggia su Spoleto e viva le Smarbox, signoramia.
Poi ho recensito un libro.
Ho sperimentato gli effetti benefici del dire no, impuntarsi, combattere. Tanto, tantissimo stress e nervosismo ma vuoi mettere la soddisfazione.
Sono stata al matrimonio di due che probabilmente non si amano. Certe cose si vedono e non importa se hai speso miliardi per il catering.
Mi hai fatto spedire il tuo primo romanzo e io l’ho letto pensando sei tu e non sei tu e ti ho detto brava, dovevi andare a vivere a Torino per scrivere una cosa così. I libri che raccontano Torino mi perseguitano e il tuo sembra una fotografia. Lasciamelo metabolizzare e ne scriverò, perché il mondo deve sapere.
Poi ho letto due libri in un giorno.
Ho comprato una giacca blu e una borsa gialla e ho capito che il blu è il mio colore e che io sono una di quelli che crede moltissimo nel potere della giacca. Ora devo diventare solo una di quelle che credono nei tacchi.
Per lavoro intervisto la gente e mi capita di leggere quintali di roba che non conosco, dalla psicologia al downshifting e mi sento un po’ Marzullo ma non importa, mi diverto moltissimo perché le mie sono domande da profana, mica da persona seria. Adesso sto leggendo La grammatica dei conflitti e io i conflitti li odio ma magari è la volta buona per smetterla con il mal di stomaco, chi lo sa.
Poi è arrivato il libro di Donna Hay, perché adesso me la merito. Anche se il vero chef geniale resta il mio fidanzato che adesso è caduto nel tunnel dei tortini e mi manda mail segnalando l’uscita del libro di Ferran Adrià e io penso ho creato un mostro.
Poi mi sono addormentata guardando Fringe.
Sono stata a Radio Popolare Roma a parlare di Mal di libri insieme a Chiara Di Domenico e mentre ci intervistavano ci davamo supporto a vicenda con gesti tipo Fonzie e occhiolini e poi siamo uscite e mi è venuto da ridere perché l’adrenalina è il miglior antirossidante del mondo. Sabato e domenica facciamo questa cosa qui che mi è costata milioni di mail e scongiuri ma non voglio dire niente, voglio prima arrivare a sabato e poi ne parliamo. Sarà la prima volta tra gli espositori e saranno due giornate intense e io non so che pensare, solo incrociare le dita. Se passate a trovarci, fatevi riconoscere.
«Il mio Mediterraneo non è quello delle cartoline. La felicità non ti viene mai regalata, te la devi inventare. I viaggiatori non possono avere tutti gli stessi gusti. C’è chi viaggia per vedere, chi per godere. E chi per entrambi. Ma basta aver preso almeno una volta un pullman per raggiungere un’oasi lontana, nelle sabbie, e sai che qui nel Mediterraneo ti verrà sempre dato tutto, a condizione di volerlo, e di protendere lo sguardo e le mani.»
Jean-Claude Izzo, Aglio, menta e basilico. Marsiglia, il noir e il Mediterraneo
10. Ho smesso di bere caffè. Resiste solo il latte macchiato che mi piace chiedere al bar e mi piace ancora di più se me lo servono in un bicchiere alto perché mi sembra che non finisca più. Però mica lo pretendo, mi affido al caso e al barista. Altrimenti è troppo facile.
9. La gentilezza è una cosa così rara che è diventata la mia specie protetta personale. Non la gentilezza finta dei convenevoli, ma gli occhi gentili, la gente che non sgomita, quella che non dice ioioioioioio.
8. Ho scritto su facebook che voglio leggere libri di cucina come se fossero romanzi. Mi piace davvero leggere le ricette, immaginare profumi e consistenze. Poi, mentre il caldo se ne va, inauguro la nuova stagione del forno con i dolci al cioccolato e non mi fermo qui, non esiste proprio.
7. Quando vedo un frammento di un mio post ribloggato su tumblr mi assale una sensazione tra il disagio e l’imbarazzo che fa arrossire. Mi rileggo estrapolata da me stessa, in frasi che tagliano qui e lì e stravolgono il senso di quello che ho scritto e mi sento strana, forse perché nella mia testa questo posto è una scatola chiusa e invece no, è una pagina tra mille pagine esposta a occhi che vi si riconoscono, che rubano, che magari leggono in quello che scrivo cose che non avevo mai immaginato. Tutto questo a volte è bello e a volte anche no.
6. Mi ripeto che devo trovare il tempo per scrivere dei libri che ho amato. C’è una pila lì che mi guarda e sì, mi piacerebbe contagiarvi con le storie che mi hanno fatto correre fino all’ultima pagina in poco tempo. Però. Una recensione che ho scritto un anno fa ha contribuito a far diventare un pdf molto scaricato in un libro di carta e la cosa mi emoziona oltre ogni dire, devo ammetterlo. Lei si chiama Alice e io ne ho parlato a caldo, dopo aver letto la sua storia in due ore in un momento lavorativo in cui le assomigliavo davvero tantissimo. Siamo tutti un po’ Alice, ve lo dico.
5. Sono giornate rapide, evanescenti, tra dente del giudizio e piccole disavventure senza importanza. O durano troppo poco, o sono io che devo iniziare a svegliarmi alle sei.
4. Sto imparando a non dire subito sì, a incasellare le cose, a non essere disponibile ventiquattro ore su ventiquattro. Non mi piace quando il tempo mi mangia le cose, i pensieri, l’imprevedibilità. Non mi piace sentirmi incastrata, preferisco restringere, definire, mettere sottovuoto. Fare spazio, respirare.
3. Ho visto al cinema Le amiche della sposa, Cose dell’altro mondo e Super 8. Il primo è un filmetto cretino che non fa ridere se non quando scade nel volgare (e ricorda le scorregge di un Vacanze di Natale qualsiasi) e ad un certo punto vira verso un finale piatto, rosa e scontatissimo che fa venire l’orticaria; il secondo fa sorridere e Valerio Mastandrea è meraviglioso, ha una naturalezza rara e fa delle facce perfette, mai eccessive, credibili; il terzo è un tributo tenerissimo agli anni ottanta e alle ossessioni della nostra infanzia, tra chicche musicali e ragazzetti bravissimi. Adesso voglio vedere Terraferma, Carnage, Ruggine, L’ultimo terrestre, Drive e poi voglio piangere al cinema perché commuoversi al buio è troppo bello.
2. La mia solita soglia di tolleranza si sta abbassando sempre di più. Prima o poi mi trasformerò finalmente nella stronza che vive nascosta dietro questa apparenza da Biancaneve.
1. Il mio settembre è così.
«La giornata era incominciata come un ricordo d’infanzia, smagliante e gustoso. Senza ragione, soltanto perché la vita era buona, gli occhi di Maigret sorridevano mentre faceva colazione e quelli della signora Maigret, seduta di fronte a lui, riflettevano la stessa gaiezza. Le finestre dell’appartamento erano spalancate, e lasciavano entrare gli odori della strada, i rumori familiari del boulevard Richard Lenoir. L’aria già calda vibrava. Un vapore sottile filtrava i raggi del sole, rendendoli quasi palpabili.»
Georges Simenon, La pazienza di Maigret
È successo che mentre aspettavo settembre ho pensato delle cose. Erano là, sotto gli occhi, eppure. No, non come l’essenziale è invisibile eccetera, perché le mie sono cose piccole, laterali, accessorie. Non come nei film americani dove alla fine si capisce il senso della vita, non come nelle canzoni con quella musica un po’ epica, non come nei romanzi di formazione in cui ci sono pericoli, sfide e nemici. Non come nei romanzi di Fabio Volo.
Ho pensato alle cose che non mi piacciono, innanzitutto. Non mi piacciono Paulo Coelho, Isabel Allende, Giorgio Faletti, la gente arrogante, la gente monotematica, la gente di destra, le occhiate di sbieco, i chiagniefotti, quelli che fanno finta di ascoltare, i congiuntivi sbagliati, la supponenza, gli snob, quelli che le convenzioni sociali o niente, quelli che devi per forza baciarli sulle guance anche se non li conosci, le Hogan, Cesare Paciotti e il cesarepaciottismo, le maglie con i loghi, le suonerie ad altissimo volume, gli invidiosi, quelli che schifano Baricco anche se fino a qualche anno fa correvano in libreria a comprare i suoi libri, i fenomeni di internet, friendfeed e il friendfeeddismo, le conventicole, il pressappochismo, le mail untuose, gli insipienti, quelli che criticano Instagram e dopo un mese comprano l’iPhone e la istallano, i lamentosi immotivati, quelli che tu devi essere umile ma loro no, quelli che solo Dostoevskij in russo o morte, quelli che fanno le cose tanto per, quelli che non sanno delegare, quelli che non sbagliano mai, i qualunquisti, i disinformati, i cinici senza appello, i sotuttoio, gli annamodimofamo, i complimentisti di professione, i copioni, i bugiardi, Fabio Volo (aridaje), Guia Soncini e il soncinismo, i narcisisti, i finti amici, gli ipocriti, le code alle Poste, i furbi, i buonisti, gli attaccabrighe da social network, il feng shui, Hello Kitty e l’hellokittysmo, gli estremisti, i cattolici senza peccato, i leghisti, l’acqua ghiacciata, Sex and the City e il SATCidismo, quelli che non lo ammettono ma rosicano, quelli che non salutano, quelli che non ringraziano, quelli che dici ho smesso di fumare e ti dicono vabbè, non sei mai stata una vera fumatrice.
Poi ho pensato alle cose che mi piacciono e ho pensato che le cose che mi piacciono io non le dico mai, non ci riesco. Spero sempre si intuiscano, non so poi in virtù di quale magia. Che per questo fatto del mantenere un profilo basso, per questo fatto della scaramanzia, io le cose che mi piacciono le nascondo in un cassetto e poi me le dimentico e poi passano gli anni e mi capita tra le mani un vecchio diario e sfoglio le pagine e leggo e mi chiedo ma che desideri sono questi? perché non li ricordavo più.
Anche se poi le sogno di notte, le cose che mi piacciono. Mi sveglio e scuoto la testa e mi dico che non ci devo pensare, che sono cose di millenni fa, che quel tempo è passato e non importa se non l’ho aggredito fino in fondo, ormai è un tempo di tanto tempo fa. Poi però mi osservo e vedo che sì, chi l’avrebbe mai detto è forse il mio mantra. Che questa cosa che mi piace vivere contemporaneamente vite diverse, immedesimarmi in lavori che mai avrei immaginato, è probabilmente un punto di forza (e sottolineo probabilmente, perché da brava meridionale col cavolo che mi faccio i complimenti da sola, guai). Ho pensato che forse posso rendere ancora più elastica questa vita. Farci scivolare dentro le cose che mi piacciono, quelle di tanto tempo fa. Anche solo per non dimenticarle (e qui un fabiovolista avrebbe scritto: anche solo per non dimenticarmi. Imparate a riconoscerli, sono ovunque tra noi.).
(Le cartoline vi sono arrivate, sì?)
«La vita è come la verità. Si prende ciò che si trova. Spesso si trova ciò che si è dato. Non è poi così complicato.»
Jean-Claude Izzo, Chourmo
Afterhours. Salto ballo, canto, urlo, tiro fuori tutto, getto via i pensieri mentre Manuel rotea il microfono e dentro di me diventa tutto vuoto, libero. Spazioso, abitabile, illuminato bene. Canzoni che mi piacciono perché assecondano i miei momenti, sembrano tristi quando sono triste e suonano rabbiose quando sono incazzata. Perché gli Afterhours non lo so, ma so che sono il filo, la continuità con la me stessa che li ascoltava dal cd allegato a Tutto insieme ai Verdena. Non so quante cose abbiamo ancora in comune io e quella me, ma gli Afterhours sì. E poi sugli spalti c’è una bambina con la frangetta che le sa tutte, proprio tutte. Insieme a lei cantano altri bambini e urlano Io non tremo e hanno le magliette con le frasi delle canzoni e io sorrido e li guardo e penso che sono uno spettacolo bellissimo e lei ha la frangetta come me e chi lo sa come sarò io quando mi riprodurrò, che canzoni canteranno i miei figli.
I ventinove. Io e te e Fiumicino e un biglietto che conserverò e una sorpresa e una candelina sul dolce al pistacchio e il nostro ristorante preferito e la liquirizia sui gamberi e il compleanno che diventa una bolla privata e delle feste che non me ne frega più niente anche se quando saranno trenta giocherò a nascondino tutta la notte, ho deciso. Conto le ferite e scopro che la fatica più grande è difendersi e stringere il cerchio sempre di più. Però guardami, sono bravissima a stringere i cerchi, ho la mano così ferma.
Una laurea. Mi piace guardare la gente che si laurea. I vestiti improbabili, i sorrisi tesi, i ventagli che sventagliano, i genitori con le macchine fotografiche, i professori. Stavolta tocca a qualcuno che ho imparato a volere bene come un vero amico anche se non glielo dico mai. Quel centodiecielode lì mi fa piangere come una scema, mi fa pensare che io le persone vicine le sento come se fossero parenti, anzi meglio. Le famiglie sono anche quelle che ti formi errore dopo errore, sogno megalomane dopo sogno megalomane. Durano, quelle famiglie lì.
Franco Battiato. Il primo Franco non si scorda mai e Capannelle è pienissima e si mangia malissimo e ogni volta mi riprometto di non cascare nella trappola del panino gommoso e poi ci casco e mi arrabbio e mi riprometto eccetera eccetera. Franco salta, balla, si rivolge con gentilezza al pubblico di invasati della prima fila, fa le battute, dedica una canzone a Marco Travaglio, è leggero leggerissimo e vorrei che non la smettesse mai. Mi emoziono e sto lì, sospesa, poi arriva Povera Patria e inizio a gocciolare e le lacrime mi scendono sul collo e cascano nella maglietta e sembra quella volta all’Auditorium il concerto di Ennio Morricone ascoltato piangendo dal primo minuto fino all’ultimo perché certe cose sembrano strappartele da dentro per quanto sono belle e ti appartengono e sono tue perché ti ci riconosci. Note come specchi che si ascoltano rabbrividendo anche se questa non la fa non importa, avrei potuto piangere ancora di più e invece saltello e l’intensità sembra stemperarsi nei cucuruccuccuccucu.
Ospedale San Sebastiano, Caserta. La cosa più difficile è non provare ansia per l’ansia di qualcun altro. Si trasmette come una scossa e invece bisogna stare tranquilli e farsi parete che rimbalza e rassicurare e incrociare le dita e sorridere e fingere di non ascoltare i discorsi su calcoli renali e interventi sbagliati che sembrano usciti da un film horror. Ancorare gli occhi a Il birraio di Preston di Andrea Camilleri e scoprire che cosa sia il genio e ripensare a Pirandello e Sciascia e ridere dentro e sbattere gli occhi per il sonno ma no, non smettere di leggere. Altro che Montalbano. Perdonami se ci arrivo solo adesso, Maestro.
Elio e le Storie Tese. Arriva un momento molto disco e si balla e si suda e Paola Folli fa i cori e ha una voce chettelodicoaffare e io non sono mai stata una fan che sa i testi ma Elio mi fa simpatia e suonano benissimo e fanno le battute e Giovii e Gae le sanno tutte e io sono qua perché l’ultima volta è stata anni fa, stesso posto, notte prima dell’esame di diritto della comunicazione. C’eri anche tu ma io ancora non ti conoscevo e chi l’avrebbe mai detto che sarebbe andata a finire così, che un’estate di molti ma molti anni dopo ci saremmo incontrati e io mi sarei innamorata di un ingegnere anche se al primo posto della mia lista c’era proprio la voce gli ingegneri mai, sanno la matematica.
Succede che ho fatto una playlist:
«Vuoi sapere perché. Ma non c’è un perché. Vuoi una rappresentazione completa di vegetazione, tramonti. Quanta neve è caduta nella tempesta del ’49? Com’erano disposti i mobili nella celletta del dormitorio? Questi sono i volti degli amici che ho conosciuto laggiù; ma non se ne può dare una rappresentazione, peccato, un artefatto per poter verificare negli anni che ero lì e che i miei ricordi sono credibili, non c’è modo di confutare il sospetto che ero qui e poi non c’ero più e ora ci sono di nuovo da quando mi sono lasciata alle spalle quel treno sul binario. Voglio essere una linea che si estende e si aggroviglia e continua a incrociare sé stessa, un percorso che si può percorrere al contrario passo dopo passo, ma non lo sono, sono discontinua.»
Salvatore Scibona, La fine (in lettura)
Dopodomani è il mio ventinovesimo compleanno. L’anno scorso sono stata da Feltrinelli e ho giocato a scovare un libro assente dalle millemila pagine della mia wishlist. Quest’anno ho deciso che mi regalerò un ebook reader ma devo dirti la verità: l’idea di comprare un coso che rende i libri impalpabili non mi esalta per niente, non mi fa sentire il brivido di tornare a casa con un sacchetto pieno di storie. Sono vintage, io.
Allora ho pensato due cose che non c’entrano niente l’una con l’altra:
- dimmi un libro che ti piace o due o tre o dieci o tutti quelli che ti pare e io me li segno e al più presto, ereader o non ereader, svaligerò un libraio;
- dammi il tuo indirizzo e quest’estate ti spedisco una cartolina. Promesso.
E dimmi anche se sei una persona da estate o una da inverno. Io sono da inverno, ovvio.
Poi ti racconto di quando sono andata a Gardaland e ho urlato come una scema sulle giostre.
Non so nuotare ma è uguale: