«Noi non diamo abbastanza credito a quella creatura che va sotto il nome di realtà, ce la immaginiamo seduta là fuori come un nostro prodotto oppure come una causa infinitamente regressiva volta a ingannare i nostri sensi. Ma lo dichiaro qui: la cosa più importante che ho imparato in questi quattro anni di vita è che la realtà ha un’anima, la realtà è consapevole di sé stessa e di noi, e oltretutto non è impressionata da noi o dai nostri tentativi di vederla. A dirla tutta, la vediamo tutto il tempo e non ce ne rendiamo conto, forse non siamo in grado. In un certo senso è come l’amore.»

(Percival Everett, Glifo)

Lo scrittore famoso non sorride quasi mai. Mi mette un po’ in soggezione e prendo appunti con una grafia illeggibile, disordinata. Nella borsa ho due romanzi dell’altro scrittore che rimarranno senza dedica causa incontro cancellato. Sciatalgia, annuncia Serena via sms e la giornata diventa un lunedì qualunque senza Percival. Oh, Percival.

Mi piacciono i cinema vintage, quelli con le poltrone di velluto consumato e le luci che si accendono bruscamente all’intervallo. Non mi piacciono gli intervalli durante i film, ma se succede in un cinema vintage è diverso. Vediamo un film stupido e ci viene voglia di cucina francese. Prima di entrare, una telefonata in cui mi si parla di cose a cui non avevo pensato mai. Non ancora, almeno.

Antonio Rezza ci fa ridere tantissimo, fino alle lacrime. Prima dello spettacolo, al bar del teatro i soliti gruppetti di spettatori impegnati mangiucchiano toast con facce tristi. Mi fa sempre emozionare entrare in una sala che non ho mai visto prima; quella dell’Astra mi fa ricordare  il Furio Camillo e l’India e quella volta in motorino con Silvia sul Lungotevere andando a vedere Porcile. Ritornando a casa ci fermiamo a bere latte caldo in un caffè. Torino sembra irriconoscibile.

Cantando in playback:

(Stasera Palomar, eh.)


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Pubblicato lunedì, 30 novembre 2009 nella categoria Ragazze Interrotte, Torino (non) è casa mia. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, oppure fare un trackback dal tuo sito.

3 Commenti a “Lavorare con il tubino nero mi fa quasi sentire una persona seria”

  1. ehi…l’astra è proprio vicino a casa mia…proprio vicinissimo…che stranezza. che poi è normale se adesso vivi a torino…ma ho sempre l’impressione che si materializzino dei personaggi di fantasia, tipo dei personaggi dei fumetti. Che cosa buffa.

  2. i cinema ormai stanno tutti perdendo identità per riversarsi nei multiplex, che non sono un problema a priori, sia chiaro. non mi piace fare il nostalgico su cose che devono subire necessariamente le evoluzioni tecnologiche. Il piccoli cinema vintage hanno quell’atmosfera e quel profumo più intimo, meno a batteria industriale.
    A me la pausa garba devo dire. cosa che manca nei multiplex. Que due minuti di relax mi alzo un attimo, o mi stiracchio, strabuzzo gli occhi… e poi riprendo galvanizzato.

  3. Invece è una cosa non so come dire… tenera, carlotta. E affettuosa, anche. Tipo.

    A me i multiplex piacciono, Noodles. Mi piace anche poter scegliere tra il vintage e il supertecnologico. Però gli intervalli no, mi distraggono.

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