«In qualche cerchia dove gente molto pesante crede di avere un cervello molto pesante, parole come “affascinante”, e “gentile” e “grazioso” non sono ammesse; tutte le cose più leggere della vita, che sono le più importanti, non sono ammesse.»
Andy Warhol, La filosofia di Andy Warhol (From A to B and Back Again)
10. Succede che ho un nuovo lavoro. Una cosa senza libri che sto imparando a fare, tra ansia da prestazione e milioni di appunti scritti di fretta sulla moleskine. La cosa che mi ripeto sempre nei momenti di incertezza è il buon senso, Valentina, usa il buon senso. Ce l’hai, vero?
9. Il tempo non accelera, evapora. Sono giorni di pensieri che restano in testa senza diventare parole, facce per strada, sole che forse arriva e forse no. Mi riscopro più attenta ai dettagli, ai colori che la gente indossa e ai palazzi di Roma. Li avevo dimenticati, sai?
8. La sfumatura della settimana cambia a seconda del libro che leggo in metropolitana andando e tornando dal lavoro. Ho letto poche pagine per volta per farlo durare di più Un luogo incerto di Fred Vargas e quando è finito mi sono sentita orfana di personaggi che ho imparato ad amare. Gli altri libri che ho iniziato in metro non erano così belli e mi chiedo se esista, un libro da metropolitana. Esiste?
7. Aspettare la primavera significa acquisto seriale di ballerine da H&M. Ogni anno mi dico mai più, poi ricomincio.
6. Sono andata a fare un colloquio in un’azienda grandissima, uno di quei posti dove per entrare devi consegnare il documento e girare con il pass da visitatore. Mi hanno chiesto se sono una ribelle e se la mia creatività sia un ostacolo per lavorare in un’azienda molto gerarchizzata. Ho sorriso e risposto e rassicurato l’intervistatore e sotto sotto ho capito che non mi avrebbero mai preso perché esistono dei lavori in cui essere creativi significa essere anarchici e quei lavori non sono fatti per me, me lo si legge negli occhi.
5. Prima o poi la smetterò di combattere le battaglie degli altri e penserò alle mie. Spero.
4. Vado al cinema Nuovo Olimpia e incontro Giulio, compagno del corso di teatro. Quando mi chiede ma stai lavorando? so che per lavoro intende recitare e rispondo di no e lui dice è sempre difficile fare questa domanda a un ex attore e io dico guarda che attrice attrice non sono stata mai e lui fa complimenti che mi fanno diventare rossa e ricorda saggi e prove di scene che non abbiamo completato mai e io gli vorrei dire che le cose sono più complicate di così o forse no però non lo dico e mi riprometto che un giorno questa cosa del recitare me la spiegherò. Me lo devo.
3. Il prato della Sapienza is the new antirughe. Mi siedo al sole e ringiovanisco e mi metto ad ascoltare i discorsi dei ggiovani e sento quasi la mancanza di Semiotica modulo avanzato.
2. Il punto due era qualcosa di talmente profondo che l’ho dimenticato. Un attimo fa sapevo cosa scrivere e un secondo dopo no. Però ho imparato a fare i muffin al cioccolato e non c’è storia, signora mia. Davvero.
1. C’è questa cosa che io non voglio mai dire quello che faccio, metterci la faccia o il nome. Mi piace pensare di essere una persona che non si vanta, una di quelli che sta dietro le quinte cercando di far andare lo spettacolo avanti nel migliore dei modi. Poi però succede che alcune cose diventino più grandi di me e non vorrei mai essere come quel personaggio di Baricco che ha sfilato via la vita dai desideri o il contrario, non ricordo. Succede che se inizio a citare Baricco sono davvero alla frutta e allora ti dico che venerdì sarò sul palco a leggere cose di autori setteperunici e ci metterò faccia, voce e frangetta. Mi piacerebbe incontrare lettori di questo blog, sai? Se ti va di venire a San Lorenzo, i dettagli sono tutti qui.





il punto 5.
posso tatuarmelo?
prezioso elenco.
grazie tu.
non voglio tirar fuori il pippone su leaziende&lepersone&elagerarchia&lacreatività, che poi divento noiosa. ti dico solo che quando dicono così io mi alzo e me ne scappo a gambe levate
:*
(pratone della sapienza rulez)
Sul punto 6 capita anche a me di fare colloqui in grande azienda e a volte quando mi descrivono le skills (perché devi parlare un misto di italo-inglese in grande azienda) ed ogni volta penso che forse se si sbriga riesco a prendere il prossimo autobus senza aspettare troppo
a-cci-pi-cchia (così ha sillabato il mio cervello)
tra l’altro è una parola che non uso. vorrà dire sicuramente qualcosa.
Quanti ricordi che mi hai acceso! Il pratone della Sapienza, semiotica: ma eri a SdC anche tu? Poi fanculo a Baricco, sì alle Mura. Che su queste cose non si scherza. E nemmeno sui muffin
poi passerai ai pancake e la colazione diventerà necessaria come l’aria. orfana di un luogo incerto pure io. e credo che sia stato il primo che ho letto di FV. dopotutti. attrice, lettrice…scrittrice?
vorrei adottare il tuo antirughe ma a quasi 50 mi sa che mi ci devo piantare nel prato…il punto 5 fa male. sì
Adesso devi leggerli tutti all’indietro gli altri libri con Adamsberg, Silvia.
Ho paura dei pancake, credo possano farmi cadere in un attimo nel baratro del diabete. Il prato vale per tutte le età e il punto 5 dobbiamo seguirlo davvero, prima o poi.
A SdC anche io, dinamo. Morcellini e compagnia bella e gli esami di sociologia della qualunque. Bei tempi.
L’inglese d’azienda, giusto. Io lo odio, sembra fintissimo. Dai che lo prendi in tempo l’autobus, Jakala. Resisti.
Scappiamo insieme, aless. Abbasso la gente seriosa e gerarchizzata.
Il punto 5 dovrei tatuarmelo anche io, lali. Eh.
adesso ti tumblro valu!
se tu mi dici “scappa” io scappo, lo sai : D
(i pancake non sono dolcissimi. dipende da quello che ci metti sopra. il problema è che sono pesantini – incredibile a dirsi – e sono buoni per un brunch buttato al volo e per nulla serioso)