«Ogni generazione deve aspettare il suo turno.

Che non arriva mai.

Se non lo sa afferrare.

Generazione?

Che cazzo di generazione?»

Kari Hotakainen, Via della trincea

Tacchi, borsa fiocco, toniservillitudine

Non c’era.

Toni Servillo non c’era. Lo spettacolo era finito la sera prima e noi abbiamo messo su la faccia più basita dell’universo e siamo andati via. Uffici stampa che confermano accrediti sbagliati, scuotimento di teste, silenzi e un non ci posso credere dopo l’altro.

Venerdì diciassette, ti ho sempre snobbato. Invece.

Mancava solo Carmen con l’ermellino e la piscina

Io sono quella che, quando entra in chiesa la sposa, si gira a osservare la faccia che fa lo sposo. Poi, mi commuovo. Sempre, anche se non conosco chi si stia sposando.

A seguire, assegno mentalmente un punteggio ai diversi elementi della giornata, comparandoli ad una scala di valori che ha al primo posto il matrimonio più bello che abbia mai visto. Se mi si sente dire che sono stata ad un matrimonio tipo quello di Valeria, significa che è stato tutto perfetto. Ieri in chiesa c’erano solo fiati – trombone compreso – e ad un certo punto hanno suonato la colonna sonora di Mission scritta da Morricone e io mi sono sentita felicissima e alla fine hanno suonato All you need is love e c’era anche un tizio capellutissimo a cantare e mancava solo Hugh Grant e la sua banda di amici strani.

Non esiste un matrimonio senza gente vestita male. Dovrebbero dare fuoco a tutti i negozi che vendono un certo tipo di vestiti da cerimonia. Basta con quelli che sembrano le comparse di una telenovela brasiliana anni ottanta.

Nuvole, Alberto Moravia e pane ciociaro

Domenica mattina Roma dorme. Il cielo plumbeo, poi, fa sembrare tutto ancora più deserto. Al bar sfoglio il Domenicale del Sole 24 ore e si parla degli scrittori che lavorano per restare con i piedi per terra, di Mathilda che non ho letto ma che viene paragonata a Holden (e io non mi fido di nessun libro che venga paragonato a Salinger solo per vendere), della biografia di Moravia.

Mi viene in mente una parola che ho sottolineato anni fa leggendo Gli indifferenti e penso che oggi ci stia benissimo. Nuvolaglia.

Domanda esistenziale del giorno: non sono bellissimi i titoli dei libri che contengono la parola nuvole?

Basta infradito, per cortesia:


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Arrivo al Teatro Furio Camillo dopo una giornata in giro che mi ha lasciato sorridente e piena di cose nuove a cui pensare.

Questo è secondo me il teatro più bello di Roma, così nudo e intimo, con i quadri a farti compagnia mentre aspetti di entrare in sala e i tavolini e la gente radical ma non troppo.

Siamo qui per Robin Proper Sheppard e le canzoni dei Sophia. In scena, due pannelli con la copertina di un disco, un registratore e un microfono vintage. Poi, Robin che si toglie le scarpe perché il legno scricchiola e la sua voce e la chitarra e le battute e i frammenti della sua vita, delle storie che vanno male, delle perdite, dell’amore e dei Simpson.

Appoggio la testa sulla sua spalla e restiamo così ad ascoltare il concerto, con la gente che applaude affettuosa e rapita e gli intermezzi con le dediche a chi ha scritto a Robin per chiedergli di suonare la propria canzone preferita.

Un concerto che ti lascia una sensazione calda, alla fine. Tipo tepore.

È bello tornare a casa a piedi mano nella mano parlando di quello che ci piace. È ancora un po’ strano pensare di tornare a casa nostra, con gli spazzolini tutti i giorni vicini vicini in bagno.

Però è strano in senso bello e non voglio smettere di sentirmi un po’ incredula svegliandomi accanto a te al mattino.

Eh.

Sophia – Directionless

(Stasera Dente. Mi sa che su una certa canzone potrei commuovermi. Mi sa.)


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Faccio zapping su myspace ascoltando cose e chiedendo playlist per SettePerUno alle band. Tento di recuperare tutto quello che mi sono persa ultimamente e mi innamoro di un paio di gruppi. Però, al momento, come questi qui nessuno mai.

(Sorrido constatando come si confermi ancora una volta una regola: ogni volta che ad un concerto acquisto un cd dopo un po’ la band, da sconosciuta, diventa nota e ancora più brava. Mi piace pensare di portare segretamente fortuna alla gente.)

A Roma ho visto gli Editors, sono stata di nuovo tra i libri e ho riabbracciato tutti quelli che mi sono mancati. Beh, quasi tutti. Poi di nuovo Torino, i Franz Ferdinand, una visita medica, Corrado Guzzanti e le passeggiate con la mano chiusa a pugno dentro la tua.

Tante, tantissime cose. Devo solo riprendere un po’ il fiato.

Datemi una tazza gigante piena di tè e sarò felice almeno per dieci minuti.


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«Non c’è niente di peggio nella vita che frequentare persone noiose.»

Il mio capo

Il cliente famoso di cui mi occupo non legge mail più lunghe di un rigo. «È una cosa di famiglia», dice. Io sorrido comprensiva, poi scrivo e cancello mille volte prima di iniviare e penso a Hemingway e ai concorsi letterari via Twitter e mi sento un po’ cretina.

C’è stata la compagnia teatrale che ha parlato per tre ore di progetti di ricerca sperimentazione tecniche e strategie di teatro urbano inedito aree tematiche semiotica dello spettatore rivoluzione drammaturgica senso della vita e nel frattempo annuivo con espressione seria e un po’ prendevo appunti e un po’ preparavo una lista di cose da mettere in valigia per la vacanza in Sicilia, sentendomi felice di essere fuori dal tunnel delle scuole di recitazione, delle prime, del vestirsi male e del darsi un tono solo perché hai letto tutto Pinter.

Ci sono stati manager, assessori, giornalisti, capitani d’azienda, semplici curiosi. L’ecosostenibilità, la realtà aumentata, il viral marketing, il web2.0, i caffè senza zucchero. Non ho mai detto così tante volte brainstorming in vita mia.

Poi, sottopelle, tutta una serie di cose in sospeso che vorrei poter fare. Che spero di tornare a fare. Che boh, chiudo gli occhi ed esprimo un desiderio.

Altro:

5. Io e Pisa non andiamo d’accordo. Cercando una stanza libera all’ultimo minuto, la gente mi ride in faccia al telefono. Il receptionist dell’hotel sperduto che riesco a prenotare sembra Michael Jackson biondo, usa il fondotinta sbagliato e non capisce le mie domande. Arranco in trench trascinando una tracolla pesantissima, sudo, mi perdo. Alla fiera dell’editoria indipendente si soffoca ma va bene così. Riabbraccio chi mi è mancato, rido, scopro che la carne alla lavanda fa cagare. Al ritorno, leggo due libri in quattro ore.

4. Roma mi fa venire voglia di abbracciare i palazzi. Il giornalaio scherza sempre, il cappuccino di Panella è perfetto, gli amici pure. Poi tu ridi e mi abbracci e io non voglio andare via.

3. Benevento mi fa ricordare quanto mi manchi la mia famiglia. È come il primo anno di università da fuorisede, ma con una consapevolezza diversa, più profonda.

2. Mi piacciono gli areoporti e mi piace chi arriva al gate correndo perché in ritardo.

1. Da un po’ di tempo a questa parte i viaggi mi fanno commuovere.

Volevo dire altro, invece.

(La musica di oggi si prende da qui.)


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“Confusione è una parola che abbiamo inventato per indicare un ordine che non capiamo.”

(Henry Miller, Tropico del Cancro)

A Piazza Vittorio e dintorni è in corso una guerra a colpi di fucili ad acqua tra bande di ragazzini cinesi. Dicono che l’estate sia arrivata davvero.


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romaHo appena finito di leggere un libro. Stesa sul copriletto rosso e fucsia Ikea, pressione a meno ottomila, una stazione radio vintage in sottofondo. Roma, al di là delle imposte socchiuse, arranca nel pomeriggio afoso. Ultima pagina. Appoggio il libro sulla pancia, sollevo lo sguardo e osservo la mia stanza con fare leggermente spaesato. Forse è solo colpa degli occhiali o forse no. Domenica scorsa camminavo in fretta nella stazione trascinando un borsone pesante in modo vergognoso, in testa una canzone. Domani, un’altra valigia, un altro treno. Nel mezzo, giorni un po’ confusi, di riassestamento. Perchè quando torno da un viaggio mi succede sempre così, sempre. Alla radio passano uno dei miei pezzi preferiti, “Love will tear us apart” nella versione che adoro, quella dei Joy Division. Alzo il volume lasciando vagare lo sguardo sulle foto incorniciate e sulle scarpe in disordine. Mi è stato chiesto da Simone di scrivere di un posto di Roma che mi rappresenti. Gli serve per un lavoro fotografico, dice. E’ da ieri che ci penso, in realtà. Allora, stesa sul copriletto Ikea, prendo un foglio e la penna preferita e improvviso un elenco. La prima cosa che mi viene in mente non è un posto, ma un autobus, il 60. L’dore delle mattine d’inverno e i semafori di Via Nomentana, i miei occhi vicino al finestrino intenti a contare i semafori e i minuti che mi separano dalla calca di gente vociante assiepata davanti al cinema, tutti pronti a correre per assicurarsi un posto decente da dove seguire la lezione di Antropologia. Il 60 è per me i primi due anni nella Capitale, la sensazione strisciante di inadeguatezza, la novità, l’imparare le regole del gioco, del chiedere subito scusa se per sbaglio sfiori il braccio del tuo vicino, ma anche delle mezzore da calcolare per arrivare dovunqe e del fare la spesa da sola. La seconda cosa che mi viene in mente sono le case dove ho vissuto, un amarcord che fa sorridere, soprattutto per le coinquiline in cui mi sono imbattuta, materiale per un romanzo underground di successo, se solo mi venisse voglia di scriverlo. I posti in cui ho vissuto, se evidenziati su una cartina, comporrebbero un puzzle astratto, ne sono sicura. Cinque case in tutto, posti che si rincorrono l’un l’altro, annoto sul foglio bianco. Come per molte cose, anche per la disposizione delle case in cui ho vissuto vale la regola che mentre vivi un momento non ti rendi conto di quanto sia importante perchè non sai osservarlo a dovere. Quando poi ti capita di frequentare una scuola di teatro a pochi metri dalla fermata dove due anni prima aspettavi sbuffando l’autobus, ti viene in mente un pensiero del genere. Non perchè non sapessi dell’esistenza della data scuola, ma perchè capisci che una costante della tua vita sono le strade che ritornano sempre su se stesse, incrociandosi in tempi diversi. La stessa facciata della Luiss, che guardavo ammirata con mia madre il giorno di prima di tentare la prova d’ammissione per poi scoprire con inspiegabile sollievo che non mi avrebbero presa, se guardata mentre andavo dal salumiere nella pausa tra la lezione di dizione e quella di recitazione, mi faceva un effetto strano, quasi un deja-vù. Ecco, per me Roma è la somma delle vite che ho vissuto e di quelle che non ho voluto o potuto vivere. Nessun altro luogo riesce a darmi una sensazione del genere. La lista inizia a diventare lunga, il foglio bianco si riempie di strade. Un anno fa avrei scritto a Simone che il posto che mi rappresenta è Campo de’ Fiori alle due di notte, quando una Corona con limone riesce a darti il senso di una serata ad alto tasso di sudore trascorsa a servire i tavoli di un ristorante. Un anno fa, proprio di questi tempi, quella piazza riassumeva la mia vita. Attraversandola quasi tutti i pomeriggi, mi faceva pensare ai primi aperitivi, alle incursioni al forno con Chicca, al posto da far vedere alle persone importanti e infine al ristorante. Un cerchio che si chiudeva. Un altro. Adesso, il posto che sento mi rappresenti sono gli archi di Piazza Vittorio, decisamente. Immersa in un’atmosfera poco italiana, mi piace camminare con il volume del lettore mp3 a livelli da lesione timpanica, sorridendo. Mi sento sempre quasi felice, quando passeggio da quelle parti. Mi piacciono i banchetti dei cartomanti, il giornalaio strabico, la tipa del tabacchi che mi chiama sempre “Signora”, il farmacista che ride ascoltando i miei strampalati problemi di salute, quello del banco frutta del supermercato che si professa amante della musica italiana Anni Sessanta. C’è un aria diversa, qua. Indefinibile, proprio come mi sento in questi ultimi mesi. Un anno fa volevo scappare, andarmene lontano per ricominciare da capo camminando in strade nuove. Adesso, non ne sono poi più tanto sicura.


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[On air: Consequence, The Notwist.]

“…dentro mi sento una merda, ma fuori appaio uno splendore.”

(Bret Easton Ellis, Amenrican Psycho)

Converse sfondate, giacca di velluto, occhiali da sole. Riemergo a fatica dalla febbre, lasciandomi alle spalle tre chili e un sacco di pensieri inutili. Cammino per strade familiari come se le vedessi per la prima volta. I portici con le vetrine dallo stile Anni Settanta, il profumo delle spezie, il banchetto della cartomante obesa. Ho preso troppi treni in pochi giorni, seduta sempre vicino al finestrino, la musica nelle orecchie a volume altissimo, gli altri passeggeri come pesci in un acquario. Poi, occhi lucidi e brividi. Dormite catartiche e repentine corse in bagno. Adesso, di nuovo la gente, di nuovo l’aria. Un libro nella borsa e la panchina di un parco. Una penna e il moleskine, per sporcarsi le mani di inchiostro. Perchè questo pomeriggio non finisca mai.

Update: questo post. Assolutamente.


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Abbiamo traslocato nei dintorni di Piazza Vittorio. Da subito, il nuovo appartamento ci ha dato una sensazione di vacanza, come se ci fossimo stabiliti in una casa al mare: pareti, porte e finestre bianche, piastrelle blu, armadi e copriwater in legno. Forse per il bianco dominante, forse per il copriwater in legno, abbiamo ribattezzato la nuova sistemazione “Villa a Malibu di David, Donna e Kelly”. Anche noi, come i personaggi di “Beverly Hills 90210” siamo in tre: Amanda, Komri e la sottoscritta, neo-supereroa dell’Esquilino; anche noi, come loro, abbiamo vite incasinate degne della fantasia di uno sceneggiatore americano cocainomane. Aspiranti comunicatori in carriera, per il momento ci dilettiamo ad ipotizzare la soluzione dei misteri di Lost e a bandire fastose cene-simposio facendo a gara a chi procura il commensale più originale: la scorsa settimana ha vinto Amanda, premiata grazie alla presenza di Takashi, giapponese che ha deciso di trasferirsi per sempre in Italia in seguito ad un colpo di fulmine per la pizza Margherita avuto in un ristorante di Osaka. Al pari dei commensali originali, collezioniamo amori dalla personalità sfaccettata e sociologicamente rilevante, per poi trascorrere nottate intere a commentare le conseguenze sul nostro sistema pischico-affettivo incastrati nella minuscola cucina, tra bottiglie di vino e quantità industriali di camomilla aromatizzata al miele biologico. Frequentandoci ormai da tempi immemorabili, abbiamo sviluppato negli anni un’accuratissima scala di misurazione della problematicità dell’oggetto amoroso prescelto che parte da un livello zero denominato “Mulino Bianco” per arrivare al livello massimo identificato come “Prossima fermata: Lourdes”; siamo diventati così abili nell’analisi preventiva dei rischi comportati dall’accompagnarsi a soggetti al limite del caso umano che non ci diverte mai la prospettiva di stare insieme a qualcuno che non si posizioni almeno al livello intermedio della nostra speciale scala Mercalli dell’amore, denominato “Che ne sarà di noi?”. Fino ad ora possiamo dire di essere fieri di aver coltivato interessi pseudo-sentimentali per una vasta gamma di persone degne di almeno un saggio di psichiatria, anche se c’è ancora molto da fare e molte altre categorie professionali da esplorare; mancano all’appello vigili del fuoco, estetiste, uomini politici ed ex tossicodipendenti reduci da San Patrignano. Alla scala di misurazione della personalità si accompagna un indice di misurazione della capacità erotico-performativa dell’oggetto amoroso esaminato i cui giudizi vanno da “Provaci ancora, Sam” a “Tre metri sopra il cielo”. Nel primo caso, siamo soliti chiuderci in bagno e inviare un SMS agli altri due contenente la sola parola in codice “Sam”; nel secondo, inviamo appena possibile un MMS che testimonia la nostra espressione sorpresa da “Ho vinto la lotteria di Capodanno”. Quando la situazione lo consente, cerchiamo di rimanere in buoni rapporti con le inconsapevoli vittime delle nostre impietose analisi, in modo da poter conservare la possibilità di studiarle in un secondo momento e di eventualmente aggiornare il giudizio precedentemente ottenuto; onde evitare di dimenticare la nostra missione ai confini della scienza, abbiamo appeso sul frigo una significativa battuta di “Sliding doors” : “Non potrei mai amare uno che adora Baywatch”.


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Arrivano tutte insieme o quasi. C’è sempre qualcuna in ritardo che telefona per avvertire di essere rimasta bloccata nel traffico sul Lungotevere perchè è appena uscita da una riunione dell’ultimo minuto. Indossano camicie bianche sull’abbronzatura dal colorito sempre perfettamente in bilico tra l’alone dorato e il biscotto appena sfornato della pubblicità del Mulino Bianco. Hanno i capelli lisci e luminosi, gioielli in oro bianco, sandali comprati a Capri, Santorini, Positano. Mai meno di sei e mai più di dieci, amano dare colore alla tavolata con la presenza dell’inevitabile collega straniera, possibilmente giornalista, possibilmente francese e con i capelli neri alla Juliette Greco. Non sanno mai cosa mangiare, ma sanno sempre cosa bere, ordinando subito il vino più costoso che fanno assaggiare a chi siede a capotavola, in genere la meno abbronzata delle altre ma più competente perchè “sai, Francesca è stata tre anni con un viticoltore amico di Gerard Depardieu”, sussurra poi qualcuno alla giornalista francese che non capisce l’italiano e sotto sotto considera Depardieu un ciccione ubriacone. C’è sempre qualcuna che preferisce non bere alcool e ordina acqua naturale a temperatura ambiente nonostante il clima pesantemente africano; quasi sempre l’astemia è bionda e ha gli occhi un po’ tristi perchè fa finta di non essere a dieta ferrea da tre mesi. Inorridiscono all’idea di mangiare un misto di fritti come antipasto, ma poi lo prendono tutte, escluso l’astemia bionda che sceglie una bruschetta semplice senza aglio abbassando subito lo sguardo. A seguire, non ordineranno mai tutte la stessa cosa, anzi. Pretenderanno pizze Margherita senza mozzarella, Carbonara senza pancetta, insalate rucola-gamberetti senza gamberetti. Parleranno delle vacanze, della nuova collezione make-up non testata sugli animali ma sui malati terminali colombiani e dell’ultima tresca del direttore marketing con l’adetto alle consegne che somiglia sia Ben Affleck che a Matt Damon. A fine cena, nessuna di loro deciderà di mangiare il dolce, ma sceglieranno tutte le fragole al limone senza limone e l’amaro Averna che fa tanto vintage-fashion, “ma solo se lo servi nei bicchierini ghiacciati”. La bionda astemia, ancora affamata dopo l’insalata rucola-gamberetti senza gamberetti, andando alla toilette ordinerà una porzione di tiramisù pagandola subito a parte con aria colpevole  e la mangerà di nascosto in piedi in bagno, mentre fuori c’è una tedesca ubriaca che prende a pugni la porta per entrare.


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Non avresti dovuto ascoltare quella canzone. L’hai capito adesso, uscendo dal ristorante. Sei accaldata ma fuori fa freddo. Ti stringi nella giacca di jeans, camminando con passo incerto sulla strada bagnata. Stasera finalmente ha piovuto. Credevi invano di dover lavorare di meno. Stasera hai avuto solo clienti “strani”. L’uomo d’affari che ti ha chiesto il numero di cellulare. Il cinquantenne con i baffi che ti ha offerto un lavoro nel suo ristorante sull’Aurelia. La professoressa spagnola che si è ubriacata e ha iniziato a raccontare tutta la sua vita. Il gruppo fashion milanese che voleva offrirti a tutti i costi una birra che hai rifiutato sorridendo. L’aspirante attore di cinema che ti ha lasciato un indirizzo per un provino. La coppia francese gay con il cane Rocky. Ti sei divertita, in fin dei conti. Adesso cammini nella piazza quasi vuota con la musica a farti compagnia. Prima di uscire hai scelto con cura il cd da ascoltare durante la giornata. Non avresti dovuto decidere per Franco Battiato. Sapevi che ti avrebbe fatto uno strano effetto, ma hai finto di non ricordartelo. Ti piace camminare da sola dopo il lavoro, chiedere una Corona a Gianni, barista infaticabile. Ti siedi sulla fontana e bevi. Tutto ti sembra fermo. Roma di notte è di una bellezza struggente. La stanchezza inizia a farsi sentire. Finisci la birra, ti incammini verso Largo Argentina. Gente che aspetta l’autobus notturno. Un ragazzo parla al cellulare e piange, chiedendo scusa a qualcuno. Lo superi, anche se per un attimo sei tentata di fermarti a guardarlo. Ti chiedi quale sia il motivo che lo fa stare male. Pensi al tuo, di motivo per stare male. Hai un peso inaspettato dentro, stasera. Fortunatamente non devi fare la fila per il taxi. Ti piace tornare dal lavoro in auto, chiacchierando con i tassisti romani. Ti ricorda altre mille corse in taxi con tuo padre, anni fa, quando venivate a Roma per andare dall’ortopedico che odiavi cordialmente. Mauro, alias Lupo 19, ti racconta della sua allergia al polline, delle americane ubriache che non ricordano mai gli indirizzi, dei giapponesi che sono i clienti più educati, della ragazza che lo aspetta a casa. Ascolti le sue confidenze e gli racconti di te, del ristorante. Ridete quando fai l’imitazione del cuoco arrabbiato. Sei arrivata sotto casa. Il pub è ancora aperto. Due ragazze litigano. Una di loro è incinta. Mauro ti guarda entrare nel portone, ti saluta con la mano. Riascolti per l’ultima volta quella dannata canzone di Battiato mentre sei in ascensore. Finalmente, piangi.


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