«Julie ha detto a Faye che lei è convinta che due persone innamorate attraversino tre fasi distinte prima di arrivare a conoscersi davvero. All’inizio si raccontano aneddoti e gusti personali. Poi ciascuno dei due dice all’altro in che cosa crede. E poi ciascuno osserva la relazione che c’è fra quello in cui l’altro ha detto di credere e quello che in effetti fa.»
David Foster Wallace, Piccoli animali senza espressione
- Lei cucina scalza capesante e vongole veraci. Mi educa allo champagne, mi racconta cose, ride. Per una sera, siamo le regine dello sdrammatizzare. Inventiamo tormentoni, decidiamo di scrivere almeno dieci libri, ridiamo ancora. Mi porta a conoscere Prati di sera e un gelato buonissimo da mangiare passeggiando tra vetrine, panchine e altre chiacchiere. Mi fa sprofondare nel divano bianco affacciato sul silenzio del cortile con banano a consumare le ultime parole prima di andare a dormire. A volte mi telefona e le do consigli, quando le servono.
- La Socia quando canta è sexy, molto sexy. La ritrovo dopo due anni ed è luminosa, sorridente, ancora più energica. Diversa e migliore. Mi è mancata e lei lo sa che io delle cose serie non so dire, me le tengo in tasca, nascoste. È innamorata, adesso. Io incrocio le dita.
- Blondeinside volevo abbracciarla da tantissimo tempo. Finalmente, accade a Bologna durante la prima tappa del tour setteperunico. Tra mille imprevisti tecnici e ansie varie, non riusciamo a parlare come vorrei. Quando la saluto ho gli occhi lucidi e mi manca subito. Eh.
- Ennio Morricone ha il potere di farmi commuovere appena entra in scena. Durante l’Estasi dell’oro non piango, gocciolo. È una specie di sindrome di Stendhal, qualcosa di fortissimo che dà i brividi e scuote tutto e finisce troppo presto. Dopo, mi sento svuotata, senza parole.
- A Bologna torniamo per un evento al volo, un’altra serata setteperunica alla Casa del Paleotto. C’è Carlo, Giusi Marchetta, l’elena, il neurone ballerino di simone rossi, Simone Olla, la grigliata, il pane carasau, il vino rosso. Il buio arriva a trasformare il parco in un film horror e i racconti sono là, a farci rabbrividire sull’erba. C’è Michela che mi ascolta dire una cavolata dietro l’altra e Valentina finalmente si palesa e io mi ricordo di una maglietta rosa che stava zitta zitta e le faccio i complimenti e lei ride e scatta foto di nascosto. Partiamo di notte, dormiamo in treno e ogni tanto apriamo gli occhi e ci sorridiamo. Roma alle sei del mattino è allo stesso tempo affollata e muta e torniamo a casa con mezzo chilo di quotidiani sotto il braccio e ci riaddormentiamo e tutto sembra essere esistito solo nella nostra testa.
- Siamo a Campo de’ Fiori ma potremmo essere dovunque. Cerchiamo di fare il riassunto delle puntate precedenti, di tutto il tempo trascorso lontani impegnati entrambi a portare avanti progetti, utopie, serie tv e libri. È sempre così quando esco con lui: valanghe di parole, discorsi che deviano e ritornano al punto dopo giri interminabili, idee nuove all’improvviso, piani per la conquista del mondo. Lui a certe cose ancora non crede ma io sì e glielo dico e ridico e faccio il tifo come le bionde cheerleader dei licei americani e mi esalto subito ascoltandolo perché ogni volta mi rinfresca i pensieri e torno a casa ricaricata. Una specie di Extreme Makeover Mind Edition, sì.
- Ho un capo tostissimo e mi chiedo sempre se riuscirò mai a diventare come lei. Ne invidio la determinazione, la forza, la preparazione. E io? Beh, io sono la Bridget Jones dell’editoria italiana.
Se riesci a stare fermo hai qualche problema:
“Sventurata è la terra che ha bisogno d’eroi.”
(Bertolt Brecht)
Parte prima – Biglietti agli amici.
Ripiegavo vestiti sollevando la testa per ricacciare indietro le lacrime e pensavo che fino a qualche ora prima era tutto diverso. Camminavamo e c’era il sottopassaggio e il rumore e io urlavo “Cazzo Roma è sempre Roma” e poi ridevamo e tu mi salutavi e tornavi a casa tua. Ti sentivi leggero, fino a poche ore prima. Poi.
Stringi i denti. Resisti, ti prego. Ti prego, resisti.
Rincontrarti dopo anni è strano solo per cinque minuti. Via Bertero quarantuno, impossibile dimenticarlo. Mi dici che la nostra prima padrona di casa si è buttata dalla finestra. Aspettando il concerto di Cristina Donà, resto senza parole. Mi viene in mente quando guardavamo tutti insieme Panic Room e La Pianista e io parafrasavo i Placebo scrivendo con la matita nera una frase cretina sullo specchio. Quando c’era anche lui che adesso non c’è più. Io odio la gente che salta dalle finestre. Odio tutti quelli che se ne vanno all’improvviso senza salutare.
Ho ancora i tuoi cd, sai? Ti ricordi che siamo nate lo stesso giorno?
Ci piacciono i posti con una bella atmosfera. Sorseggiamo tè caldi dai nomi strani e parliamo di tutto interrompendoci a vicenda, divagando, aggiungendo cose su cose. C’è questo progetto che mi cresce dentro come un bambino nella pancia e mi piace che tu ne faccia parte perché so che puoi capire. Perché è bello sapere che ci sia qualcuno più matto di me.
Era Bon Iver? No, eh?
Sei nato nel millenovecentonovanta, tu. Hai già la patente, non scrivi con le k e quando ridi lo fai sul serio. Non hai capito bene come mai all’improvviso le nostre famiglie abbiano smesso di parlarsi e sinceramente nemmeno io riesco a ricordare tutti i passaggi di una faida che somiglia, moda e incesti a parte, a quella dei Forrester. Non avrei mai immaginato che potesse piacerci la stessa musica. Non con lo stesso cognome, almeno.
Mi sarebbe piaciuto sederti accanto alle feste comandate, in tutti questi anni. Vieni a Roma quando vuoi.
Mi porti in un posto da fiaba dove i dolci sono talmente belli da sembrare finti. Sui divanetti verdi mi parli dell’America e di una nuova avventura che passa da Stoccolma. Mi fai venire voglia di un bicchierone bollente di caffè da sorseggiare seduta in un locale pubblico mentre leggo e guardo la gente. Mi fai venire voglia di correre a comprare un biglietto aereo e partire. Mi racconti di un viaggio da fare in macchina fino a Berlino. Muoversi e andare.
Scrivere è un tuo dovere. Raccontaci come siamo, dai.
C’è questa mail che aspetta una risposta. Sicuramente non pensavi di aver scritto parole che a me sembrano bombe in attesa di esplodere. E’ bello sapere che tu abbia pensato a me, davvero. L’hai già fatto una volta e mi hai fatto una bellissima sorpresa in un momento in cui mi si leggeva in faccia che la fase Meredith Grey sembrava finita e invece no. Sto impiegando giorni a risponderti, lo so. Mi chiedi di fare qualcosa che somiglia a quello che ho smesso di fare da anni e io vorrei dirti di no, ma poi prendo tempo. Il buio della sala e il pubblico potrebbero piacermi di nuovo e ho paura di non potermelo permettere. Vorrei dirti di no perché ho paura di fare qualcosa che possa piacermi davvero.
Da oggi sarai la mia fata. Tu non lo sai, ma averti nella mia vita fa accadere magie.
A Torino fa freddo sul serio e quando penso a te mi vengono i brividi. Nella mia testa sei sempre sottile e indifesa, una pezzettina con i riccioli al vento che si muove con passo marziale anche nelle tempeste di neve. Da queste parti le parole evaporano e ci sarebbe tanto da dire ma niente da aggiungere. Le cose importanti le possediamo già da anni.
Ti aldilà. Accendi una sigaretta anche per me.
Parte seconda – Avvertenza: spoiler.
Mi dicono che leggendomi sembro fredda. Che non avrebbero mai immaginato di avere a che fare con una Biancaneve dalla famiglia allargata. Io sorrido e a volte mi stupisco. Sono giorni di sogni, rivoluzioni, conti alla rovescia, lacrime e chilometri. Per la prima volta mi capita di espormi rispondendo alla domanda “Cosa stai facendo in questo periodo?” ; per la prima volta sembra che le mie fantasie si stiano trasformando in qualcosa di reale. Eppure.
Io sono una di quelli che da quando ha letto un articolo in cui Susanna Tamaro raccontava di aver capito di stare male perché continuava a scrivere sbagliando le parole e poi infatti le era venuto l’aneurisma, si preoccupa ogni volta che inciampa con le dita sulla tastiera e non riesce a ricordare al primo colpo autori di canzoni, nomi di attori e di film famosi. Una di quelli che urla “Susanna Tamaro!” appena sente vacillare le proprie facoltà mentali. Una di quelli che vorrebbe dire ad Izzie Stevens di stare più attenta quando cerca le forbici e quando le passano lo scotch.
Forse quelle analisi non erano le tue, Iz.
Sono un sacco di cose, mi sa. Oggi sono così. Per dire.
A Zucchero, compagna di sventure.
“La differenza è che magari una droga ti ammazza subito.
Ascoltare un pirla è invece sempre una lunga fottuta agonia.”
(Spad)
Lo snob lo riconosci subito perché non si limita a fare semplici domande, ti intervista. Si parte da quesiti apparentemente semplici come “destra o sinistra” o “caffè amaro o zuccherato”, per poi passare a tutte le categorie dello scibile umano, marca di calzini preferiti inclusa. In base alle risposte date, lo snob ti assegna un punteggio segreto; la sensazione è sempre quella di stare partecipando ad un quiz televisivo.
Il narcisista vuole i complimenti, sempre. Se non glieli rivolgi spontaneamente, fa di tutto per provocarli. La sua frase preferita è “In che senso?”, dato che non solo pretende la frase carina, ma anche un’adeguata argomentazione dei motivi per cui sì, nessuno è cool come te. Generalmente, al sesto “In che senso?”, vieni colta da un improvviso attacco di nausea.
L’aggressivo ci tiene a dimostrare la totale genuinità delle proprie scelte denigrando quelle dell’interlocutore. Non si fa problemi a dirti che la tua tesi di laurea fa cagare, che il tuo professore deve morire, che se non vai a vivere in Brasile in compagnia di cinque vegani sei una sfigata. Poi, con assoluta nonchalanche, ti chiede sorridendo una sigaretta.
Il logorroico non prende mai fiato. Non parla, ti travolge. Riesce a passare da un argomento all’altro con una velocità impressionante riuscendo a mantenere sempre un nesso logico coerente. Trasmette ansia, anche perché spesso accavalla le parole e ti costringe a fare sforzi immani per riuscire a seguirlo. Ha fatto di tutto nella vita, il logorroico. Lui c’era, sempre. Altamente sconsigliato se si sta cercando di uscire dalla spirale dell’alcolismo.
Lo psicologo ti guarda negli occhi e ti chiede di parlare di te. Interviene nei passaggi salienti della tua storia personale chiedendo di approfondire questo o quel punto oscuro; non è raro che ricorra a termini quale “inconscio”, “trauma” e “anaffettivo”. Sulle prime è rilassante, con la sua voce pacata e lo sguardo di chi ascolta attentamente; poi, quando afferma che fumi perché non hai superato la fase orale, inizia a diventare preoccupante. Conserverai il suo numero e lo chiamerai per farti interpretare i sogni, al massimo.
Il salutista sportivo no. A prescindere.
Peggio del narcisista, c’è il suo stretto parente, l’egocentrico. Lo stani facilmente con un paio di domande, perché ha un migliaio e mezzo di attività a cui si dedica. Ovviamente è bravo in tutte. Fa il manager (di solito), scrive canzoni (non contare che un giorno parlino di te, saranno ovviamente autoreferenziali), si diletta con il teatro (e cerca di convincerti a iscriverti al corso che frequenta, di modo che tu possa vedere con i tuoi occhi quanto è bravo), è esperto di vini (attenzione a quando ordini un banalissimo prosecco, potrebbe aver voglia di spiegarti in ogni minuzia perché l’annata del 2006 è meglio di quella del 2007 come se a te fregasse qualcosa. L’unica cosa che vuoi è annebbiarti in fretta il cervello, per non sentire tutte le cazzate che sta declamando.). NB: quello appena letto è un egocentrico di secondo grado, facile da scartare. Quello di primo grado, invece non lo stani subito. Prima ti conquista, poi ti spezza il cuore. Rendendoti conscia del fatto che nella sua vita non c’è spazio per un’altra storia d’amore. E’ già impegnato con se stesso, l’unico al suo livello. (Allitterata)
Per colpa di una tua cara amica, incontri l’ambiguo. Qualche chiacchiera di musica-film-abitudini via msn, doppi sensi e risate. Chiedi all’amica il numero di telefono e lui, lusingatissimo, viene a trovarti in una sera alcolico-lavorativa. Si rompe il ghiaccio con un gioco disinibitore. Finisce a limone e poi a casa tua. Non si scopa per mancanza di preservativi, lui promette sfracelli alla volta successiva. Dopo qualche giorno uscite e scopri che è un grumo di paranoie, convinto di piacerti troppo (no). Comunque appuntamento per una sospirata congiunzione carnale. Lui esordisce con lo sguardo da cinghiale à la Scamarcio e una frase da libraccio erotico. Nudi uno sull’altra, non succede assolutamente niente e nelle successive due ore parla di sé, della sua famiglia, delle sue storie passate, delle affinità zodiacali e dell’università. Il bis decide di dartelo la notte stessa: altri tre quarti d’ora di strusciamenti ignudi e nessun risveglio.
La frase del secolo è l’sms scaricante: “Pensavo mi piacessi. Invece era solo alcol”. (Ari)
L’uomo vissuto:
Lui ha fatto tutto. Visto tutto. Provato tutto.
Hai fatto un giro in mongolfiera? Lui si è costruito da solo un paio di ali di cera e piume di colibrì attaccate una ad una.
Hai comprato un pesce rosso? Lui ha adibito la sua mansarda a parco acquatico con tanto di squali, meduse mortali e persino una piccola barriera corallina.
Hai smesso di fumare? Lui è uscito, rientrato e nuovamente uscito dal tunnel della droga, dell’alcool e della prostituzione. (odradek18)
Il quasiquarantenne ben conservato che non si arrende allo scorrere del tempo: molto piacevole alla vista, lavoro da ggiovane artista che si deve mantenere (barman, skipper, cameriere), zingaro per vocazione, alcolista per convinzione.
Ti ammalia, ti trascina e un po’ ti conquista.
La caduta di sentimento avviene quando scopri che è più vicino agli anta che agli enta (di molto) e che alle 10 di sera già biascica…
Non so tu, ma io se decido di frequentare un quarantenne pretendo che sia un po’ più presentabile, mentre l’eccesso di animo freak lo tollero meglio negli under25. (Paturniosa)
Il criptogay.
Il criptogay è troppo figo, troppo stiloso, troppo abbronzato, troppo curato, troppo-troppo.
Ti affascina per la sua sensibilità, per le affinità elettive e perché anche a lui piace mangiare sushi. Tutti i giorni.
All’orizzontale ha però dei segni particolari decifrabili solo se non sei al primo criptogay della tua carriera. Purtroppo.
Il criptogay infatti è difficile da sgamare. Ed è difficile semplicemente perché all’apparenza è l’uomo perfetto.
Il criptogay ti usa le creme. Ma preferisce, se non ti dispiace, quella di Elisabeth Arden piuttosto che la Nivea che gli proponi.
Il criptogay non è scemo.
Adora il sesso orale, ma solo se glielo fai tu. Perché a lui la patata fa schifo, lo ammette.
Prova con insistenza posizioni a 90°. Tu dici prima bruca, poi vediamo. Non baratta.
Ama sé stesso alla follia, tipo che in ascensore non ti limona: no, si fa venti piani davanti allo specchio per controllare la pettinatura. E tu che non avevi messo le mutandine apposta per l’occasione ed avevi il ditino pronto sullo stop d’emergenza…Fantasia sprecata.
Detesta le tue amichecche, tipo che non beve dalla stessa bottiglia e le saluta con imbarazzo, stringendo energicamente la mano da due metri di distanza. Perché il criptogay è troppo problematico per capire che essere frocio non è la fine del mondo.
Quando tu non ne puoi più e gli chiedi: Sei gay? Lui inveisce ma non ti molla, anzi si attacca sempre di più.
Lo metti alla prova con amichecche che lo testano alle peggiori tentazioni. Verdetto positivo secondo il 75% delle amichecche (capisci che il 25% non sono vere amiche) Ma lui non cede e resiste.
Il criptogay, se ha passato i 30, è una testa di cazzo che dopo mollaggio non puoi nemmeno riciclare come amichecca. (Spora)
(Continua…)
Chi mi conosce sa bene che ho sempre convissuto con persone particolari. Anni e anni di permanenza nella Capitale mi hanno permesso di suddividere i miei coinquilini in due categorie: gli Amici e i Casi Patologici. Se sui primi si può facilmente sorvolare salutandoli affettuosamente, i secondi offrono interessanti spunti antropologici che meritano di essere approfonditi. Statisticamente, mi sono quasi sempre imbattuta in ragazze con i più disparati problemi alimentari, passando dalle fanatiche delle diete estreme alle feticiste del cibo spazzatura ventiquattro ore su ventiquattro; chi non aveva problemi del genere compensava con fidanzati squilibrati o con una scarsa inclinazione per l’igiene personale. Tra tutte, ecco quelle che non dimenticherò mai:
5. Marla: partenopea timida e silenziosa, aveva deciso di impegnarsi nell’ardua impresa di perdere quindici chili seguendo le indicazioni di un dietologo nazista che le aveva impedito di assumere qualsiasi tipo di carboidrato. A volte ripenso ancora alla sua espressione da Bambi durante le cene che organizzava per i compagni di università, serate in cui osservava composta gli altri che strafogavano mentre lei si accontentava stoicamente di una semplice insalatina.
4. Clara: siciliana secchiona e con una preoccupante propensione per pietanze dall’odore tipico di un paio di calzini sudati, era fidanzata con un ragazzo piacente e altissimo conosciuto su una chat medievale. Introversa ai limiti dell’autistico, indossava sempre un abbigliamento severo e castigato che incuteva timore; ancora più spaventosi di Clara erano i suoi familiari, usciti direttamente da un remake della Famiglia Addams girato con i personaggi del Padrino.
3. Serena: matricola torinese con veilletà da attrice, nutriva un’ossessione profonda per la sua lunghissima chioma castana. Perennemente a dieta, beveva litri di Bacardi Breezer cercando inutilmente di combattere i morsi della fame che la costringevano a crisi di sonnambulismo durante le quali effettuava drastiche retate nella dispensa. Amante di un certo qual melodramma, si truccava pesantemente gli occhi di nero e sosteneva con aria snob di aver fatto la modella, concludendo i suoi interminabili monologhi sempre con la stessa frase, pronunciata soprattutto in presenza di estranei durante amabili cenette: “Sai, io ho tentato più volte il suicidio.”
2. Marina&Marella: sorelle calabresi, litigavano in dolby surround in un dialetto incomprensibile. Una aspirante criminologa e l’altra studentessa svogliata di biologia, raccontavano instancabilmente lunghissimi aneddoti di famiglia che comprendevano una lista infinita di zii, cugini e parenti vari. Una sempre incazzata e l’altra sempre indecisa in amore, avrebbero guadagnato miliardi mettendo su un numero di cabaret. Adoravano mangiare fritture untissime, indossare stivali a punta e lamentarsi di qualsiasi cosa, dalla padrona di casa ai comunisti mangiabambini.
1. Dalia: aspirante comunicatrice pugliese, vantava una complicatissima quanto oscura vicenda familiare e non smetteva mai di sistemarsi gli occhiali sul naso. Fidanzata con un tipo dall’aspetto strano che sosteneva di lavorare alla Rai, ne era innamorata follemente nonostante l’amato bene impiegasse quarantacinque minuti per finire un toast e avesse una preoccupante lentezza discorsiva. Raccontava con gli occhi umidi del loro primo anniversario e della sorpresa organizzata da lui: le aveva fatto indossare un abito da sposa recuperato tra i costumi della Rai ed erano andati a festeggiare cenando in un ristorante romantico tra gli applausi degli altri clienti e del tipo che cantava al pianobar. Sarebbero stati una coppia perfetta, se lei non si fosse ostinata a restare vergine e lui non avesse dato di matto incollando tutti gli oggetti presenti nella stanza di un’altra innocente coinquilina, finendo così per essere cacciati entrambi di casa. Ancora oggi, mi chiedo che fine abbiano fatto.
[Extra: in occasione dell'inizio dei casting per selezionare il prossimo coinquilino della Villa a Malibu che sarà dei nostri a partire da marzo, ecco una lista di chi ci ha contattato fino ad ora: un astrofisico, un giornalista, un avvocato, un ex attore e modello aspirante filosofo, una biotecnologa salutista e yogaholic, una norvegese, una cinese, un'olandese, una spagnola, una dottoressa romena, un assistente di volo, un designer, una psicologa, un ingegnere specializzato in cinema e una barista laureanda in giapponese. Si accettano scommesse.]
“Perchè vai tutti i giorni all’università? Ti sei fidanzata con un professore?”
(Mio padre, al telefono)
Primo giorno di “scuola”. Le lezioni si tengono in una ex caserma trasformata contemporaneamente in sede universitaria e mercato rionale; la composizione degli studenti è varia, almeno stando ai look che vedo passarmi intorno.
Gli Etno-radical, altrimenti detti con accezione dispregiativa “zecche”, sopravvivono. Pantaloni di lino colorati, magliette finto-sporche, collane africane e capello selvaggio, si trascinano ciabattando per i corridoi con sandali eco-solidali. Fumano tabacco rollando una sigaretta dopo l’altra con sapiente maestria e incredibile velocità, parlando di centri sociali, di concerti reggae e del fumo del Mosca che non è più quello di una volta.
I Fashion li riconosci dai loghi che indossano: occhiali da sole king size Dolce&Gabbana, t-shirt Armani, scarpe Prada. Le ragazze lasciano dondolare con finta noncuranza borse di Vuitton; i ragazzi sfoggiano tagli di capelli trendy visti su GQ. Sorriso bianchissimo, abbronzatura da lampada professional, i Fashion sembrano sempre usciti dal Billionaire.
I Glamour vivono per il minimalismo. Considerano volgare l’ostentazione dei brand e comprano solo marche svedesi sconosciute. Eleganti senza sforzo, nelle pause tra una lezione e l’altra ascoltano con aria rapita l’ultimo successo di quel gruppo nu rave belga scoperto su MySpace, fumando con aria sempre un po’ triste una sigaretta di importazione.
Gli Emo odiano i Dark, considerati la vecchia guardia e per questo demodè. Magliette a strisce, smalto nero o al massimo viola, vanno sempre in bagno a ritoccarsi il kajal. Camminano in gruppo con sguardo truce, anche se poi li becchi in un angolo a scambiarsi emozionati anticipazioni sul prossimo singolo dei Tokyo Hotel.
I Nerd si suddividono in due categorie: i NerdNerd e i SexyNerd. I primi fanno del passare inosservati una religione:indossano sempre colori al limite dello smorto, si spostano rasentando i muri e trascinando borse porta pc pesantissime. Tra di loro parlano fitto fitto, ma sottovoce; li riconosci perchè hanno sempre la faccia di chi non ha trovato il tempo per lavarsi i capelli perchè impegnato a scoprire la password del database della Casa Bianca. I SexyNerd sono la versione Beta dei NerdNerd: finto trascurati, indossano t-shirt comprate a Londra e compongono musica elettronica. Discutono di Levy, Steve Jobs e delle password per accedere gratuitamente ai siti porno giapponesi, lanciando intorno sguardi intellettual-abbordatori alle fanciulle di passaggio. Se i NerdNerd sono unisex, i SexyNerd sono ovviamente solo maschi.
Gli Sporty sono spesso studenti lavoratori che si dedicano all’insegnamento dell’aerobica a casalighe sovrappeso nella palestra di quartiere. Sempre atletici, non camminano, corrono. Consumano litri di acqua naturale e conoscono a memoria l’apporto calorico di qualsiasi alimento. Entusiasti ai limiti del paranoico, credono che lo sport li salverà dalle rughe, dalle doppiepunte e dall’andropausa precoce. Poverini.
Gli EterniStudenti sono quelli del Vecchio Ordinamento che si ostinano a non volersi laureare. Trentenni, adoperano una terminologia ggiovane anni Ottanta per cercare di distogliere l’attenzione dall’incipiente perdita delle chiome. Le ragazze vestono in tailleur e usano borse portadocumenti nere per illudersi di stare partecipando ad una riunione aziendale e non alla prima lezione di Lingua Francese corso base.
Per finire, ci sono i Sosia; rappresentano una categoria trasversale, la più divertente. Durante una noiosissima lezione a base di formule, ho potuto avvistare la dottoressa bionda di Scrubs, l’asiatico di Heroes, il fratello gemello di MondoMarcio, Steve Senders, Elisabetta Gregoraci e una versione di Riccardo Scamarcio migliore dell’originale. Quest’ultimo, seduto accanto a me, non mi ha permesso di concentrarmi adeguatamente sulla spiegazione del professore, costringendomi a chiedergli di prestarmi i suoi appunti; in questa occasione ho capito di riuscire ad imitare perfettamente gli occhioni di Grecia Colmenares senza provare alcuna vergogna. Dopotutto, sono una donna.
Random playlist: #1. 90′s #2. 80′s #3. A Juditta with love #4. Here comes the sun #5. Make up #6. Pucci-pucci song
[Il post sulla cosachenonsapetedime più votata arriverà, abbiate fiducia.]
[Ultime prenotazioni per l'Instant Vintage Party di domani sera. Mail me.]
Lei.
Mi chiede di accompagnarla a comprare dei cd vicino casa. Penso che poteva dirlo tranquillamente che aveva bisogno di parlarmi in assenza di testimoni; sotto il sole dell’ora di pranzo, sembra di stare quasi in un western. Camminiamo. Le chiedo se stiamo davvero andando a comprare dei cd, lei risponde di sì. Conto fino a tre, accendo una sigaretta e affronto la questione, dato che non vuole farlo lei. Tesissima, parlo per un po’; lei mi interrompe per dire poche frasi. “Devo dirti una cosa…non so se peggiorerà le cose o lascerà tutto com’è adesso…io e lui ci siamo visti…te l’ho detto…beh, non è una cosa così tanto per….”. Non dice niente di rilevante. Non dice “Mi dispiace”. Non cambierebbe molto le cose se lo dicesse, a pensarci bene. Però forse arginerebbe un minimo la freddezza spietata che ho nella voce. In fondo, sto solo chiudendo una specie di amicizia che dura da vent’anni, da quando ci siamo conosciute in prima elementare. Arrivate al negozio, spendo cinquanta euro in musica. Tornando a casa, mi chiede amabilmente quando inizia la mia sessione di esami.
Lui.
La prima volta rispondo perchè non riconosco il numero del suo ufficio. Mi chiede come sto e dal mio tono dice che “nota una certa rigidità nei suoi confronti”. Non ho voglia di parlare. Lui mi chiede se può invitarmi a prendere un aperitivo. “Non ci penso proprio. Ciao.”, rispondo. Chiudo tempestivamente la comunicazione e memorizzo il numero nella rubrica del cellulare, optando per “Coglione”. Ogni volta che mi chiama, rido.
Loro.
Io non urlo, non inveisco, non picchio. Io cancello.
Bonus track:
“Vorrei solo vederti e parlare con te. Poi sei liberissima di non sentirmi più. Immagino che non mi tolleri molto al momento, ma ti giuro che tu sei l’ultima persona che mi va di trattare male e di cui fregarmene. Valu, ci vediamo?”
(Lui, via sms)
[On air: Blue Monday, New Order.]
Parte prima: Londra.
Interno notte. “Non credo sia più il caso che io e te andiamo a letto insieme”. Me lo dice così, nel buio, all’improvviso. Così, mentre sono nuda su di lui. E’ vero, io e Lui non siamo una coppia, fondamentalmente per un po’ di mesi “ci siamo tenuti compagnia”, come mi sussurra ad un certo punto. Vogliamo altro dalla vita, vogliamo qualcuno che ci ami davvero, che sia simile a noi. Allora parliamo, ragioniamo, chiariamo. Amici come prima? Amici come prima, perfetto. I due giorni successivi trascorrono velocissimi, macinando chilometri, vedendo una lista infinita di cose. Londra mi ipnotizza, lasciandomi senza fiato. Ridiamo, scattiamo foto, ci ripetiamo che di tutto questo resterà almeno una bella amicizia. Se fosse un film, sarebbe la storia di una non-coppia che decide di celebrare la fine di un rapporto con un viaggio, così, senza drammi, solo con momenti di intensa spensieratezza. Sarebbe un bel film, secondo me. Alla Tate Modern incrociamo Colin Firth che girovaga tra istallazioni e quadri; io impallidisco, poi arrossisco, poi penso sorridendo ai casi della vita e al fatto che solo qualche anno fa avevo perso disperatamente la testa per Alessandro, cognato di MrDarcy e mio compagno di classe alla scuola di teatro. E’ tutto collegato, mi ripeto. Per un attimo mi sembra di essere un personaggio di Lost, poi ritorno in me e compro venti spillette nel negozio del museo. L’ultima notte a Londra è fatta di stanchezza e preparativi. Lui dorme, io cerco di far entrare nella micro valigia tutti i folli acquisti fatti. Cercando nel suo zaino le due paia di ballerine comprate a Camden Town, mi imbatto in una bustina azzurra: dentro c’è un bracciale bianco che io non gli ho visto acquistare. Resto interdetta, ma non gli chiedo nulla, anche se muoio dalla curiosità di sapere per chi sia. So benissimo che quando un uomo ti dice che bisognerebbe smetterla di andare a letto insieme in buona parte dei casi è perchè ha qualcun altro a cui dedicare attenzioni; prima o poi me lo racconterà, ne sono sicura. Lottando contro il sonno, prendiamo l’aereo all’alba. Nella metro ci lasciamo salutandoci con fraterna tenerezza tra gli sguardi dei turisti accaldati.
Parte seconda: Roma, sabato scorso.
“Vale, devo dirti una cosa… mi ha chiamato Batman. Ultimamente ci siamo sentiti, scambiandoci degli sms…oggi mi ha chiamato da Berlino. Dice che vuole vedermi. Dice che in questo periodo mi ha pensato, che gli sono mancata, che a Londra mi ha comprato un pensierino. La cosa mi ha un po’ destabilizzato, sai…”. Taramanda fuma seduta sulla lavatrice, io lavo i piatti. La guardo, non capisco. Le chiedo di ripetere, poi accendo una sigaretta. Se questa volta fosse un film, non sarebbe per niente originale: Lui frequenta Lei, poi conosce la di Lei coinquilina, quindi dopo un po’ chiude con Lei per provarci liberamente con la nuova preda. Se poi la preda in questione non disdegna questo genere di attenzioni, meglio ancora. Qualche ora dopo, esco nella notte romana. Un vodkalemon e mi sento come nuova.
(Vol.1? Qui)
- Belle scarpe! (quello gay)
- Sembri un angelo. (il mistico)
- E’ libera questa sedia? (il pigro)
- Fa caldo, eh?! (lo spogliarellista)
- Carino il tuo ragazzo… (la scambista)
- Non posso fare altro che guardarti. (il sordomuto)
- Mi accompagni in bagno? (quello con la gamba ingessata)
- Secondo te il Cosmopolitan ha effetti collaterali? (il farmacista)
- Ti và di venire a bere qualcosa in camera mia? (lo studente fuorisede)
- Ti và di venire a bere qualcosa in camera mia con un mio amico? (lo studente fuorisede in camera doppia)
- Ti và di andare a bere qualcosa a casa tua? (quello che vive con i genitori)
- Ti và di venire a bere qualcosa nella mia auto? (il barbone)
- Questo locale è opera mia. (il muratore)
- il tuo culo risolve il terzo mistero di fatima (il poeta)
- c’è il mio amico ugo che vuole conoscerti (detta da uno che ha l’amico immaginario)
- dov’è il bagno? (l’incontinente)
- se ti và lunedi facciamo qualcosa insieme (il parrucchiere)
- sbaglio o hai partecipato ad amici di maria de filippi? (il teledipendente)
- ti và di succhiarmelo? (il diretto)
- ti và di succhiarmelo tra venticinque minuti? (il diretto pignolo)
- da come balli si capisce che sei una persona sensibile (lo psicologo)
(thanks to komri e balu per le testimonianze e a ivan cotroneo, per l’ispirazione)