“un bacio leggero come il vento sulla tua pelle..e una domanda..
per bipolare… intendi bisex?”
(messaggio privato di un utente Splinder.)
Da sempre classifico i miei amori in due categorie: i Dylan e i Brandon. Se dai primi, notoriamente borderline e alcool dipendenti, posso aspettarmi una relazione ad alto tasso di problematicità, è dai secondi che ricevo le sorprese migliori. Con Dylan già so che piangerò, che starò male, che probabilmente mi tradirà con la mia migliore amica e che il sesso con lui sarà un’iniziazione alla ninfomania. Con Dylan vado sul sicuro, sempre. Non disattenderà mai le mie aspettative da masochista sentimentale, anzi; ce la metterà tutta per onorare il clichè del cinico che non deve chiedere mai e che sparisce sul più bello lasciandomi preda di un principio di anoressia e privata di ogni residuo di autostima. Subito dopo essere uscita dall’ennesima relazione tempestosa con un Dylan, mi imbatto casualmente nella tipologia Brandon. Può succedere ad una festa, al supermercato o addirittura grazie al blog. All’inizio, Brandon è rilassante, divertente, gentile. Laureatosi in tempo con il massimo dei voti, si impegna in mille attività diverse portandole avanti tutte con passione; iscritto da anni al WWF, non manca mai di fare sfoggio della sua educazione da gentleman vecchio stampo ricordandosi del compleanno di mia madre, aprendomi premurosamente la portiera dell’automobile e facendomi recapitare in camerino, la sera della prima, almeno una dozzina di rose rosse. Mi tiene per mano, mi porta all’opera, mi accompagna alla mostra del pittore turco emergente riuscendo a dimostrare anche un genuino interesse; immancabilmente, celebra il mio compleanno con un gioiello e una lettera d’amore sempre un po’ shakespeariana. Successivamente, inizia a mostrare lati insospettabili della sua personalità. Diventa improvvisamente vegetariano, confessa di avere una piantagione di marijuana nel garage, si eccita solo se finge di strangolarmi. La tipologia Brandon riesce sempre a sorprendermi per l’originilità del disturbo mentale che segretamente lo affligge, non c’è niente da fare. Ho collezionato Brandon fissati con il sadomasochismo, gli aspiranti suicidi, i gay repressi, i narcisisti-compulsivi, gli autistici e anche quelli che hanno tentato per anni di entrare ad “Amici” di Maria De Filippi. Attualmente, ho smesso con i Dylan e i Brandon. Adesso cerco David. Almeno, lui alla fine sposa Donna. Per dire.
[UPDATE: Beverly Hills Goodbye Video. E poi, questo. Veramente trash.]
[UPDATE Vol.2:questo post. Meditate, ragazze, meditate.]
Lui mi propone di andare insieme a scegliere un frustino. Lui abuserebbe delle mie grazie sulla scrivania, ma solo di pomeriggio. Lui mi porta a mangiare eritreo senza posate. Lui mi tiene per mano, nella folla irlandese di Campo de’ fiori. Lui ride al telefono dopo tanto, troppo tempo. Lui beve un the al cacao nella cucina minuscola, sporcandosi le mani con la marmellata di fragole. Lui aspettava questo momento da sempre, credo. Lui mi inizia alle gioie del Cointreau. Lui mi morde il braccio e livido non se ne va più. Lui mi stringe forte e quasi non respiro. Lui mi dice sorridendo: “E’ bello poter scegliere”. Lui si siede sulla lavatrice e fuma una sigaretta, mentre nell’altra stanza qualcuno canta di amori Anni Sessanta e fuori piove.
Io li guardo, sorrido. Lentamente, mi chiudo la porta alle spalle e vado a dormire. Da sola.
[On air: Sikitikis, L'importante è finire]
Stai tornando a casa dal ristorante. Stasera fa caldo e la giacca verde ti si appiccica addosso. E’ l’ultima volta che usi il tuo lettore cd vintage. Da domani, avrai anche tu un vero lettore mp3 dato che tua madre, inaspettatamente colta da un raptus di pietà, ha deciso di regalartene uno anticipando di un mese il regalo per il tuo compleanno. Intanto, Robert Smith canta nel tuo orecchio sinistro, dato che l’auricolare destro ha deciso di smettere di funzionare da almeno una settimana. Sali sul taxi. A sorpresa, ti capita di incontrare nuovamente il simpatico autista-filosofo Palermo 38. Si ricorda di te, del ristorante e della strada dove vivi. Ti parla dell’importanza del “carpe diem” nella vita quotidiana, dei ritmi stressanti, dei moderni rapporti uomo-donna (“Senti attrazione per qualcuno? Allora, facci l’amore. Non stare a farti troppi problemi…Poi si vede. Ormai è così. I tempi sono cambiati, bella.”),della mancanza di tempo per coltivare un adeguato spazio mentale da dedicare a se stessi, dell’importanza del non lasciarsi condizionare dalle energie negative dei clienti rompiscatole. E’ rilassante chiacchierare con Palermo 38. Puoi annuire con convinzione, lasciandolo entusiasmarsi per il suo monologo intimista e intanto puoi prendere appunti per il blog scrivendo in penombra su una comanda del ristorante capitata nella tasca dei tuoi jeans. Sotto casa, lo ringrazi per la simpatica compagnia. “E se adesso venissi con me e ci andassimo a prendere un gelato?”, ti chiede all’improvviso. Dall’espressione della sua faccia capisci che non si tratta di una battuta. Borbotti qualcosa con un sorriso imbarazzato stampato sulla faccia, gli stringi la mano. Ti saluta stampandoti sulle guance due baci rumorosi. E’ evidentemente deluso, ma dice di sperare di rivederti al più presto. Nella tua testa scorrono mille trame di film catastrofici che iniziano sempre con una ragazza giovane e bella trovata morta da qualche parte, magari avvolta in un sacco di plastica e con la faccia viola. Ti viene in mente che questa è la trama di Twin Peaks, telefilm che ha traumatizzato la tua infanzia. No, non vuoi fare la fine di Laura Palmer. Scendi dall’auto più velocemente del solito. Un tassista cinquantenne non è proprio quello di cui hai bisogno, no.
(dedicato a Filo. Hai ragione tu: i tassisti sono inquietanti. Ora sai anche perchè.)
“La storia con Mao invece, per breve e sbalestrata che sia stata, gli ha fatto bene. Lo ha spinto a tirarsi fuori, a ricominciare. Gli spiace che sia finita, ma già gli sembra incredibile che sia mai cominciata. E forse una relazione normale non avrebbe ottenuto questo effetto, ma l’avventura con lui, impossibile dal principio, con una data di scadenza già stampata da quanche parte sulla confezione, be’, era la sfida che ci voleva.”
(Matteo B. Bianchi, “Esperimenti di felicità provvisoria”)
Trastevere, esterno sera. Ballerine tacco tre che si impigliano caparbiamente in ogni sanpietrino. Un bar uscito direttamente da un film italiano di serie B Anni Settanta. Artisti di strada, girandole luminose vendute dai bengalesi come gadget dell’estate. Una t-shirt verde che vuoi assolutamente avere dopo avergliela vista addosso e che hai deciso di ordinare qui. Una canzone, “If wishes were horses”, dei Witchcraft. Isola Tiberina, esterno sera. L’isola del cinema e degli stand improbabili. Seduti su una panchina, alle vostre spalle il rumore dell’acqua. Osservate una commessa vestita da fata dei poveri e le facce della gente riflesse in un acquario. Lui dice che gli fanno venire in mente Fellini. A te ricordano il film con Leo e Claire nelle vesti di Romeo e Giulietta e non ti vergogni di dirlo. Siete passati vicino al tuo ristorante, prima. Lo hai guardato da lontano e ti sei sentita sollevata, felice. Libera. Ti ha detto che quando parla con te gli sembra che la sua vita sia più interessante. Hai sorriso, imbarazzata. In macchina, passando dentro una galleria dalla luce gialla, hai ascoltato questa canzone. Ti è piaciuta subito. Riaccompagnandoti a casa, te l’ha regalata. Di notte, seduta sul pavimento del tuo bagno pieno di foto e quadri, l’hai riascoltata mille volte. Piazza Navona, esterno notte. Ti racconta della sua ex, del suo lavoro, dei suoi viaggi. Ti sono sempre piaciute le storie e gli chiedi di raccontartene ancora. Due sposi attraversano la piazza mentre un gruppo di turisti urlanti gioca a calcio. Piccole gocce di pioggia vi spingono a ripararvi sotto il tendone di un bar. Vi sedete sul marciapiede, perchè secondo te “è più street” . Un improvviso attacco di fame vi fa optare per l’hot dog più piccante della tua vita che speri di digerire nonostante siano le tre di notte. Un’altra panchina, un’altra piazza. Altri racconti. Ti accompagna a prendere un taxi a Largo Argentina, mentre ti racconta dei libri che sta leggendo. Lasci prendere il taxi appena arrivato ad una coppia vestita male. Devi aspettarne un altro. Prepari il walkman con il solito cd dei Cure e lui non capisce come mai ti piacciano tanto. Vi salutate. Il tassista ti racconta di una turista russa che voleva saltargli addosso. Arrivi sotto casa. Il cielo è quasi rosa. E’ quasi l’alba.
(Written listening “Specialist”, Interpol)
Quando finisce una storia ti lasci alle spalle sempre qualcosa. Sei abituata a lasciare un segno e lo sai. No, non pensi a bigliettini o lettere strappalacrime. Semplicemente, semini la tua roba nelle case e/o automobili dei tuoi ex. La lista degli oggetti smarriti sta iniziando a diventare preoccupante. Stamattina non riuscivi a trovare l’orecchino verde giada comprato alla bancarella di Silvana a Piazza Navona la scorsa estate. Per un’ora hai rovistato per tutta la casa, senza successo. All’improvviso, hai avuto l’illuminazione. L’hai lasciato a Pier, perdendolo a casa sua dopo la vostra ultima notte di folli aggrovigliamenti. Non sapevi che quella sarebbe stata l’ultima volta che vi vedevate e glielo hai prestato come portafortuna per il provino del nuovo film di Ozpetek. Pier non è stato preso, avete smesso di aggrovigliarvi e adesso ti ritrovi con un orecchino senza compagno. Ma non è finita qui… Allo strangolatore solitario hai lasciato un set di asciugamani rosa confetto, un paio di infradito comprate in Irlanda, un pigiamino verde mela di Intimissimi e uno struccante di Dior. A Frà hai lasciato l’opera omnia di Arthur Miller, a Ste’ il kimono blu elettrico e gli occhiali da sole bianchi da diva. Per finire, ti sei appena resa conto di aver smarrito l’ennesimo babydoll e ti chiedi con apprensione a casa di chi sia andato a finire. Sorridi. Ti piacerebbe sapere che fine abbiano fatto tutti i tuoi reperti abbandonati nelle mani di queste persone che ormai non vedi più. Magari sono stati buttati, magari riciclati e regalati alle ragazze successive. Nella tua stanza, ascoltando Chris Isaac ancora mezza addormentata in un qualsiasi lunedì romano, inizi a sospettare che qualcuno abbia usato le tue cose per creare una bambolina vodoo a tua immagine e somiglianza. Ti spiegheresti tante cose, se fosse così.
Sono in viaggio da ore, non ne posso più. (L’ascensore del mio condominio si è rotto e ho dovuto portare giù a mano per ben quattro piani una valigia leggera come un sarcofago egiziano. Adesso, ho un braccio fuori uso.) Viene a prendermi e lo vedo arrivare sorridente, la faccia ancora stropicciata dal sonno, i soliti ray ban, il solito giubbotto. C’è un sacco di gente che trascina valigie, saluta parenti, chiede informazioni. Tra la folla infreddolita e nervosa, mi abbraccia. “Benvenuta, Vale.” Il bacio è lento, quasi trattenuto. Il sapore, è quello che ricordavo. Il resto, è stato tutto velocissimo, forse troppo.
#1: gli accarezzo le spalle facendomi spazio sotto la t-shirt. La pelle è calda, sembra scottare; lo shock di questo contatto mi fa rabbrividire. Mi sfila la maglia, la gonna, gli stivali. Inizio a realizzare che potrei non indossare mai tutti i vestiti che ho accuratamente selezionato per l’occasione. Sorprendentemente, la prospettiva non mi preoccupa, anzi.
#2: se solo riuscissi ad usare questi stupidi bastoncini…i pezzi di sushi continuano a cadere. Con nonchalance, inizio a mangiare con le mani. Ridiamo. Si parla delle relazioni sentimentali finite, di quelle mai iniziate. Parliamo di noi, del tempo che passa e dei nostri incontri, nonostante tutto. Mi sforzo di essere ironica, brillante, evitando domande che probabilmente dovrei finalmente porre. La birra giapponese mi aiuta a non pensare. Bevi, bevi, che è meglio.
#3: pavimento della cucina, orario notturno indefinibile. Stiamo bevendo martini, passandocelo di bocca in bocca. Mi piace intingere le dita nel bicchiere e passargliele addosso, improvvisando sulla sua pelle disegni astratti da cancellare subito, con un tocco gentile ma deciso di lingua. Mi piace giocare con te. Non smettere.
#4: in giro per la città. Mi stringe cingendomi la vita attraverso la pelliccia vintage. “Sei la mia donna”. Pausa. Mi guarda, sorride, mi da un pizzicotto sulla guancia. Mal di stomaco. Il rumore dei miei tacchi, la gente che passeggia, le vetrine luccicanti. Non ho mai incontrato una persona che conoscesse la mia pelle come la conosci tu. E non solo quella…mille frasi nella testa. Invece, sorrido muta. “Andiamo a bere qualcosa?” Bevi, bevi, che è meglio.
E’ notte fonda quando arrivo a roma. Il trucco sfatto, la valigia da trascinare, la sigaretta che mi trema nella mano. Mi chiedo quando arriverà la prossima busta con i biglietti per partire. Non lo so. Meglio così. Potrebbe non arrivare mai. Nella testa, una canzone di qualche anno fa, forse dei Pearl Jam. “E’ cambiato tutto/ non è cambiato assolutamente nulla”.
Quelli che… ero ubriaco, hai fatto tutto tu.
Quelli che… non ti do il mio numero. Ti chiamerò quando meno te l’aspetti.
Quelli che… potrei venire a casa tua, uno di questi giorni.
Quelli che… non vorrei diventasse un’abitudine.
Quelli che… si decidono solo se gliela sbatti in faccia.
Quelli che… a ‘sto punto è meglio il vibratore.
No, l’uomo-gatta-morta no. Per favore.
- Tu sei una stanza buia, io un labirinto.
- Sì, insieme siamo un film di Dario Argento.
- Scusami, ma sai… mi hai preso in un momento della mia vita in cui sento che sto sbandando… barcollo di qua e di là e mi sto un po’ così, capisci no? Sento che tra poco arriverà la svolta della mia vita, devo solo scegliere… ma adesso sono un po’ confuso, perciò… comunque certo che ti chiamo… mi ispiri situazioni strane…. ma oddio, boh, sai… sento proprio che sto sbandando, è una cosa profonda… oggi sono qui, domanni boh… non puoi capire, sei troppo pischella… ma prima o poi… sai, i cicli di conoscenza di se stessi durano tre anni… e io ora non so, sbando… ma che dicevamo? prendi un altro rum?
Comunicazione di servizio:
la frase “Potresti darmi un passaggio a casa?” non equivale automaticamente alla frase “Ho voglia di un incontro sessualmente avventuroso al freddo e al gelo in un centro sociale di periferia circondati dai nemici dell’igiene.”